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Recensione su La grande bellezza

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2 aprile 2014

Basandoci, per pigrizia, sul confronto con Fellini, porrei in secondo piano l’immediato richiamo alla “Dolce vita” per affermare casomai un parallelismo con “E la nave va”, altro film barocco e inevitabilmente noioso, ma capace di esprimere perfettamente l’impossibilità di raccontare il niente. Non la decadenza di Roma e dell’Italia sembrano essere l’oggetto de “La grande bellezza”, ma il tempo perduto, la vecchiaia e il suo disincanto. La capitale, orgogliosamente chiusa nella prigione del proprio passato e nell’immobilismo dei suoi monumenti, diventa protagonista in quanto dimensione spaziale ideale per rappresentare l’idea del tramonto. Ma la Roma di Sorrentino diventa una città da cartolina, non meno goffa e caricaturale di quella del Woody Allen di “To Rome with Love”. Il circo di personaggi-macchiette (lo scrittore la puttana la cocainomane la madreteresadicalcutta l’antonellovenditti la marinabramovich) sembra uscito dai libricini di un Baricco intento a riscrivere Tonino Guerra. Ben lontano dalla poetica metafisica di Fellini, lo stile di Sorrentino si rifugia nel grottesco: la sua indiscutibile abilità tecnica finisce con l’infastidire, scivolando troppo spesso in leziosismi e prolissità alla peggior Terrence Malick, con sarcasmo saccente (travestito da sagace ironia) e monologhi autocompiaciuti (travestiti da brillanti dialoghi). Finisce tutto così, in questo niente, nascosto sotto il chiacchiericcio e il bla bla bla.

LA GRANDE BELLEZZA

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