Recensione su La grande bellezza

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7.5 / 28 Maggio 2013 in La grande bellezza

Per un attimo ho pensato davvero che un film italiano (moderno) potesse confrontarsi con il cinema da festival. La grande bellezza non poteva vincere a Cannes e neppure il suo protagonista. Al solito, il giornalismo italiano tende a compiacere le nostre produzioni esaltandone le qualità al di sopra del reale valore. Con questo non voglio dire che il film di Sorrentino sia brutto, nè tantomeno che Servillo non sia stato bravo nel ruolo del giornalista annoiato, ma nessuno dei due aveva speranze. Forse anche la Vie di Adele è solo un tributo della giuria al dibattito politico sulle nozze gay (sarebbe un pò banale). Forse non era il miglior film, non lo so. Aspetto di vederlo per pronunciare un giudizio ma il film di Sorrentino, per quanto ben fatto, cede sul piano dei contenuti.
Visivamente magniloquente, imponente e, per certi versi, ridondante, lo stile di Sorrentino regala delle bellissime immagini di Roma, delle sue vie notturne, dei suoi musei e dei suoi palazzi. La grande bellezza è la bellezza di Roma e viene resa attraverso una danza di immagini e musica (il connubio riesce perfettamente a Sorrentino, così come gli era riuscito in This Must Be the place) speciale. Nulla a che vedere con i film da cartolina che sembrano incantare e invece sono tristi e vuoti.
In questo caso il vuoto non salta all’occhio attraverso l’immagine ma viene deliberatamente ricercato nella sceneggiatura. L’idea della ricerca di un ideale autentico attraverso la mondanità e l’eccesso, attraverso un ventaglio di personaggi che sviliscono il concetto di arte e lo rendono attraverso poche rimasticature new age o attraverso la strumentalizzazione dei sentimenti dei bambini è interessante, ma Sorrentino in questo è un pò vittima del suo manierismo. Specialmente quando accenna alla religione, momento in cui la ferocia del film scade un pò in caricatura. Molto più graffiante la prima parte, decisamente caricaturiale la seconda.
In questo il peregrinare cinico di Servillo è perfetto, anche se l’attore, come il regista risulta a tratti esasperato, così esasperato che anche nei momenti di debolezza risulta affettato.
Verdone ha significato solo in una frase, quella di commiato, la Ferilli ha una sua dimensione e mi è piaciuta decisamente di più. Serena Grandi è un ottima rappresentazione di quello che Sorrentino vuole ritrarre: la decadenza morale e la vacuità di una classe sociale che non ha (più) nulla da dire se non per autocompiacersi.
Giovani spiantati, vecchi debosciati, nobili senza onore, artisti senza talento, sono tutti parte dell’orrore che popola la città più bella del mondo. Chi paragona questo film a La dolce vita di Fellini prende una cantonata perchè per quanto simili i due film, o perlomeno i protaginisti, sono molto diversi. In Servillo non c’è ambizione ma solo autodistruzione, mentre in Mastroianni c’era l’impulso a superare uno stato di insoddisfazione.
Alla fine di tutto questo bla bla bla, sono innegabili il fascino e il significato del film ma il limite è proprio in una (non tanto) recondita autocelebrazione che poteva essere, quantomeno limitata un pò.

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