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Recensione su Youth - La giovinezza

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“La leggerezza è una perversione.” / 21 maggio 2015 in Youth - La giovinezza

È perfettamente Inutile raccontare la trama di Youth – La giovinezza, così come di qualunque altro film di Paolo Sorrentino. Sorrentino non è un narratore, è un agopuntore che con le immagini, le parole e la musica scatena temi e sensazioni che non hanno nulla a che vedere con l’intreccio della storia. I temi qui vanno dalla vecchiaia, alla morte, al piacere, al cinema. La sensazione è di malinconia, quella sana, repressa dalle quotidiane occupazioni e liberata solo da un’estate passata in una spa di lusso sulle Alpi. Se non ci siete mai stati, allora per sguinzagliare quella stessa malinconia può bastare la visione di Youth.
Gli aforismi di Sorrentino, originali o citati, messi in bocca a personaggi che un momento prima sembrano saggi venerandi e quello dopo crollano impotenti in lacrime per una parola o un ricordo, quegli aforismi sono troppi e distribuiti indiscriminatamente su personaggi troppo diversi, che così per un minuto o due sembrano in trance, impossessati tutti dallo stesso unico Spirito rivelatore. Da una parte la cosa appiattisce i personaggi, dall’altra è la poetica stessa di Sorrentino. A chi lo “accusa” di cinismo, Sorrentino risponde che l’hanno frainteso: quale cinismo? ma che avete bevuto? è leggerezza, la mia! La poetica di Sorrentino non ha bisogno di simboli né metafore né spiegazioni; è palese; è esposta. Chi la cerca nella narrazione non ce la trova, e conclude che la storia “non si capisce”; chi la trova nei dialoghi la sottovaluta, e conclude che “sono solo aforismi”. È tutto molto più semplice, evidente, immediato, leggero di così, risponde Sorrentino con ogni suo nuovo film, e Youth con la sua dolcezza inappellabile è il film che lo grida con più forza, senza un solo fotogramma lasciato al caso.
Non è tutto perfetto. Anzi, una delle scene più amate, quella con Jane Fonda, ha per pochi minuti rotto l’incantesimo: un dialogo prevedibile, un trucco volutamente esagerato (ma perché?), un montaggio tradizionale, una scenografia poco ricercata rispetto allo strabiliante resto. Anche la corte di giovani autori attorno al personaggio di Harvey Keitel, un regista, non centra l’obiettivo, non accade nulla di sensazionale fra le due generazioni che collaborano.
Nonotante le imperfezioni, le perfezioni rifulgono. Quello che ha in mente Paolo Sorrentino in mente non ce l’ha mai avuto nessuno. Forse Federico Fellini. Forse Totò. Forse nemmeno Fellini e Totò. Forse Paolo Sorrentino è il più grande artista della storia del cinema; forse è il più grande artista vivente. Penserò a dei controesempi. Magari mi sbaglio.

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