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Recensione su La dolce vita

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Con Fellini non c’è mai un easy feeling / 20 febbraio 2013 in La dolce vita

Un filmone lungo, pesante e per certi versi difficile, non fosse altro che per la ricerca compulsiva di simboli. Detta così, vi suonerà come un’asserzione fatta per affossare un’opera; ma in questo modo di fatto tolgo l’unico sassolino nella scarpa, tiro i miei pugni sul muro di quel greve monocorde simbolismo felliniano, quella persistenza artistica che lo porta a frequentare fino all’usura certi luoghi dell’immaginario. Il cinema di Fellini porta lo spettatore all’amore rabbioso, morboso e disperato di Emma per Marcello. Non può (non deve?) esserci del facile feeling.
C’è la Roma borgatara e la Roma snob, c’è la prostituta e la signora annoiata, c’è la superstizione miracolistica popolana e l’esoterismo vip, c’è l’Eva fragile, isterica, elegante e felina e l’Adamo dandy, gonnaiolo, accidioso e sopraffattore. C’è una dicotomia assillante, sì, e c’è pure una esibizione continua di gesti d’arte gratuita e orgogliosamente fine a sè stessa, vezzi e sbaffi dell’élite mondana, come l’immersione sacralizzata della prosperosa Eckberg nella Fontana di Trevi, i balli sfrenati, le orchestrine e i ballerini rigorosamente esotici. Fellini, un po’ come Welles, si impossessa della camera e ci pigia dentro tutto, con grandeur consapevolissimamente kitsch, in un crescendo erotico e visionario, verso un finale che spezza i fili logici, arrabbiato, ancestrale, molle come un mostro marino arenato sulla spiaggia.

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