Recensione su La Belva

/ 20205.514 voti

Difettoso / 28 Novembre 2020 in La Belva

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il pur interessante La belva, secondo lungometraggio di Ludovico Di Martino, prodotto da Warner Bros. e Groenlandia (Matteo Rovere) e distribuito in esclusiva da Netflix (anche se ne era prevista una distribuzione limitata nelle sale, a fine ottobre, poi saltata), è un action poco originale che, nonostante le buone premesse, la sua compiutezza narrativa e certe raffinatezze tecniche, sembra più l’episodio pilota di una serie tv che un film.

Fabrizio Gifuni, in un inedito ruolo completamente d’azione, è Leonida, un ex super militare con disturbi da stress post traumatico e dipendenza da psicofarmaci. Leonida è un buon personaggio, anche se ricorda molti omologhi cinematografici statunitensi, da Rambo ad American Sniper. Gifuni ha una buona presenza scenica: forse, non è completamente a suo agio nel dare e prendere botte e quando pronuncia alcune battute “a effetto” (ma è fortunato: Leonida parla poco). Però, con quella splendida barba da Mangiafuoco e la testa rasata ha un suo perché.

Secondo me, il film ha due grossi difetti: il ritmo discontinuo e la scelta del cast, con conseguente difettosa caratterizzazione dei personaggi.
Ci sono dei momenti in cui il film procede molto lentamente e sembra caricarsi di elettricità statica: talvolta, all’improvviso, deflagra correttamente (vedi, la conclusione della scena dello stallo alla messicana); in altre occasioni, meh (vedi, la moglie di Leonida che parla con il figlio in ospedale).
Lino Musella mi era piaciuto, in Gomorra – La serie e Favolacce: invece, quello del poliziotto Simonetti, probabilmente, non è il ruolo che fa per lui. Impreca in maniera artificiosa e, più che sulla definizione del personaggio, sembra concentrato sulla propria dizione, che pare non debba lasciar trasparire nessuna spceifica inflessione dialettale (è interessante che, dal film, siano stati esclusi i georiferimenti: solo un paio di personaggi, poi, sono caratterizzati da un accento marcato).
Monica Piseddu, la moglie di Leonida, è una sfinge, ha sempre la stessa espressione: dolente, preoccupata, sollevata… Non cambia mai.
Delusione Pennacchi: Mozart sembra una caricatura, a partire dai baffi arricciati e le sopracciglia luciferine. Quando Leonida gli molla una capocciata in testa, dice perfino: “Ahia”, come se gli avesse dato un pizzicotto sul sedere. Mah.

La belva ha tanti spunti rimarchevoli, soprattutto dal punto di vista tecnico, come accennavo: certi movimenti di macchina, certe accortezze in fase di missaggio sonoro, l’adeguata comunione tra elementi video e audio (esempio: quando la spacciatrice salta, rincorsa da Leonida, si odono “swamp” e “womp” di impronta onomatopeica, come se, per dire, si stesse guardando un “fumetto alla tv”, una versione aggiornata di “Supergulp”. Idem, quando Mozart si spiaccica a terra: per sottolineare l’altezza da cui precipita il corpo, oltre a lasciar trascorrere diversi (tanti) secondi, la telecamera sobbalza leggermente, quando Mozart tocca il suolo, producendo un rumore inequivocabile. Un’idea degna dei Looney Tunes: e, per quanto possa sembrare il contrario, il mio è un complimento sincero).
Ecco: La belva è un altro esempio di cinema italiano davvero “nuovo”, che tenta di battere strade, come quella dell’action tout court, guardando agli States, pur mantenendo i piedi saldi sul suolo italiano.
Il risultato è incerto e non del tutto convincente: ha un sapore molto televisivo a causa di sopraddette ingenuità e di una eccessiva “pulizia” della confezione, ma arrivo a supporre che l’esito sia questo per il timore, immotivato, di osare troppo. Il rischio, in questi casi, è quello di sembrare provinciali e, ahimé, in alcuni passaggi, La belva lo è, ma, paradossalmente, perché non scommette fino in fondo sulle proprie potenzialità.

Nota: quando Leonida si introduce nella villa di Mozart, un po’ per l’argomento (che non nomino, ho già spoilerato abbastanza, in questa sede), un po’ per alcuni dettagli d’ambiente della scena in questione, mi è venuto in mente il film You Were Never Really Here (2017) di Lynne Ramsay, con Joaquin Phoenix.

Ah, a chi ha avuto la pazienza di arrivare fino qui, leggendo tutti i miei sproloqui, chiedo un aiuto, per capire un dettaglio del film: dopo la partita di rugby, la figlia di Leonida sta camminando da sola, credo diretta agli spogliatoi. Si sente qualcosa come: “Psst!” e la bambina si volta verso la telecamera, guardando chi si ha attirato la sua attenzione. Cosa significa? Chi ha fatto: “Psst”? Ho pensato che i rapitori tossici avessero già provato a portarla via, ma, poi, non c’è traccia di questo passaggio, nel resto del film.

3 commenti

  1. rust cohle / 28 Novembre 2020

    Si il “pss” non viene poi ripreso nel film comunque anche io ho pensato che fosse un primo tentativo di adescamento da parte dei rapitori, anche se l’ho trovato abbastanza senza senso, poteva tranquillamente essere tagliato in fase di montaggio.
    Mozart ridicolo anche per me, ho pensato “ma che davero?!”, con quelle sopracciglia e quei baffi, il bello è che lo riprendono anche in piano sequenza lento, di spalle, per far crescere la tensione, poi si gira e gli sbotti a ridere in faccia. Sembra la versione cattiva(parodistica) del granduca di Cenerentola.

  2. rust cohle / 28 Novembre 2020

    Ah e volevo aggiungere che anche io ho pensato subito a You Were Never Really Here, a quello e anche a Snatch(l’ultimo incontro di Mickey lo Zingaro).

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