Recensione su La bella e la bestia

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27 luglio 2014

“La Bella e la Bestia” è ormai un classico della narrazione favolistica mondiale, vuoi per la versione Disney, vuoi per il più antico film del 1946 di Jean Cocteau. Risalire alle origini della storia è pressoché impossibile, nonostante si possa cercar di passare tra l’intreccio di Amore e Psiche, si può comunque affermare che la versione a noi arrivata risale ad una riduzione dell’opera di Madame Villeneuve pubblicata nel 1756 da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont.
La speculazione cinematografica sulle vecchie glorie ha ormai invaso il campo da gioco da qualche anno, con effetti deludenti, talvolta catastrofici. Imperiosa è la svalutazione dei nostri ricordi d’infanzia (il recente “Maleficent” ancora non è stato digerito), mentre sull’altro fronte il callo dell’abitudine (o i dolci legami infantili, rievocati anche solo dai titoli) spinge in molti, come me, in sala, per assistere all’ennesimo scempio d’impronta capitalistica, senza ricordare che i francesi hanno molto più rispetto della storia di quanto ne abbiano gli americani, fosse anche solo perché di storia ne hanno.
La produzione francese quindi spinge sui temi dell’opera originale, cercando aderenza e classicità, vera e felice intuizione degli sceneggiatori che possono quindi liberamente reinventare un look tutto da studiare, per stringere la mano alla fantasia con i nuovi mezzi tecnologici. Ecco quindi la seconda lieta intuizione: reinventare nelle scenografie, nell’art design e nella fotografia una poetica fatta di atmosfere svelando così in una spazialità sapiente l’asso nella manica della narrazione. I luoghi posseggono l’enfasi e l’empatia di una vera favola così come immaginata nella mente di un infante, mentre la luce e i colori hanno l’eleganza tutta francese di chi sa donare spessore all’immagine. Il film si consuma in luoghi molto diversi fra loro, ed ognuno riesce ad avere carattere proprio nella vasta coerenza d’insieme.
Il metodo narrativo scelto è anch’esso classico ma senza innovazione, dove il parallelo della voce narrante il libro della mamma ai suoi figli tentano di rimarcare l’origine dell’opera, e rilegano le parti del film stemperando un peso specifico visivo altrimenti troppo denso, sdrammatizzando anche una sceneggiatura che rischiava di pretendere un terreno fantasy piuttosto che favolistico, campi assai ben diversi.
E’ questa volontà di lasciare fiaba il racconto ciò che può, se vogliamo, giustificare un pre-finale a tratti caotico o superficiale, forse clichéttaro nel cercare a tutti costi un antagonista fin troppo abbozzato, della cui presenza (scenica più che narrativa) non si sentiva il bisogno.
Non un’opera magistrale, ma sicuramente una lezione a chi spende ciecamente pur di riutilizzare titoli di forte richiamo, ossia gli americani, battuti anche nel campo degli effetti speciali, il loro campo.

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