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Recensione su Kumiko, the Treasure Hunter

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Lento e (anzi: ma) un po’ noioso / 3 gennaio 2016 in Kumiko, the Treasure Hunter

La ventinovenne Kumiko, un po’ disadattata e forse ritardata, è stanca del suo lavoro servile e dell’apparente smarrimento della sua vita. Quando un giorno trova una VHS del film Fargo, si convince che ci sia davvero un milione di dollari sepolto sotto la neve in Minnesota, come lasciato intendere dal film dei fratelli Coen (che inizia con il fuorviante cartello: “Questa è una storia vera”). Kumiko trova il modo di raggiungere il Minnesota e, suscitando la compassione della gente del luogo, si avvicina piano piano alla sua meta.
La disperazione di Kumiko diventa esasperazione, tanto per il personaggio quanto nella confezione della storia (scritta e diretta dagli indipendenti fratelli Zellner). La prima parte del film ci illustra la vita deprimente di Kumiko a Tokyo e lo studio matto del fotogramma di Fargo che mostra il posto dove è sepolto il “tesoro”; la seconda il suo lento viaggio on the road in America verso Fargo, fra il freddo e le barriere linguistiche. Ma a differenza di altri film lenti lascia poco alla contemplazione: la fotografia è curata ma non ha particolari segni di eccellenza (specie in quanto eco delle geniali composizioni di Roger Deakins per Fargo); Kumiko parla poco, e è difficile anche per noi spettatori sintonizzarci con i suoi sentimenti e i suoi desideri; la musica (degli Octopus Project, premiata al Sundance Film Festival 2014) ha il pregio di accompagnare con discrezione il lento viaggio, ma senza personalità.

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