Recensione su Kubo e la spada magica

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Giapponeseria / 18 Giugno 2018 in Kubo e la spada magica

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Animazione supermegaiperstrabiliante della Laika a parte, Kubo non mi ha affascinata granché, forse per via di una trama che alterna tritiritritismi ad alcuni passaggi interessanti ma mal gestiti.
Di certo, il film ha il merito di trattare il tema della trasmissione orale e di affrontare i temi della morte, della memoria e della famiglia in maniera affatto convenzionale (bella l’immagine dello shamisen che suona grazie a corde costituite da elementi appartenuti a personaggi profondamente legati fra loro e che dà il titolo originale al film), precorrendo ampiamente sull’argomento -pur senza averne, ahimé, una pari potenza emotiva- anche il premiatissimo Coco della Pixar e, per quel che riguarda il contesto culturale di riferimento, L’isola dei cani di Wes Anderson.

Fra le cose che mi hanno convinto poco, oltre a una certa indeterminatezza delle dinamiche narrative, c’è un uso dell’iconografia e del folklore orientale decisamente artificiale e artificioso (musiche in primis). Evidentemente (e un po’ me ne dolgo!), sono più scafata di quando, da bambina, credevo (per esempio) che il medioevo fosse quello rappresentato (per dire) dalla Disney in film come La Bella Addormentata o La spada nella roccia, in cui si forniva una rielaborazione eclettica e soggettiva di un preciso contesto, tanto potente da definire una forma credibile dell’Età di Mezzo fruibile da chi, come un bambino, appunto, non è “uno specialista di quel periodo” (cfr. https://bit.ly/2yjJ6qC).
Insomma, a conti fatti, se invece che in un presunto Giappone antico, filtrato da occhi occidentali, la storia fosse stata ambientata semplicemente in un contesto fantasy “originale”, con tanta tanta tanta presunzione penso che non ci sarebbe stata molta differenza, perché di “spirito” giapponese, in questo film, mi pare ve ne sia poco, benché sia più che evidente la smisurata passione del regista, Knight, per le tradizioni del Sol Levante. Insomma, Kubo mi è sembrato una giapponeseria, un film in stile, che usa un preciso patrimonio culturale non possedendone gli intimi afflati. Purtroppo, all’interno di questa filosofia pastiche, non siamo dalle parti del postmodernismo à la Tarantino (o di Samurai Jack, per rimanere in ambito animato!), che prende, estrae e rimescola con altri elementi tradizioni letterarie e cinematografiche peculiari come quella dei monogatari giapponesi e dell’action asiatico, come il wuxia cinese.

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