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Recensione su Kramer contro Kramer

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23 febbraio 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Kramer contro Kramer (il titolo, sia italiano che inglese, richiama alle procedure legali statunitensi che basandosi su un diritto consuetudinario per decidere il da farsi costringe avvocati e giudici a rimandare in continuazioni a comportamenti tenuti dai colleghi in casi analoghi precedenti, il cui nome di riferimento segue per l’appunto questa formula) è un film del 1979 che al tempo fece incetta di David di Donatello (tre), Golden Globe (quattro) e Oscar (cinque) interpretato da Meryl Streep e Dustin Hoffman e tratto dal romanzo omonimo di Avery Corman.

I coniugi Kramer sembrerebbero apparentemente una tipica famiglia anni ’80. Lei giovane e bella, lui giovane e rampante pubblicitario di successo. Hanno un figlio, Billy, biondino e puccioso che sembra uscito dallo spot Mattel del fratellino di Ken. Ma qualcosa non va, qualcosa sta cambiando in quegli anni ’80 in cui alle donne non viene richiesto solo di sfornare torte e indossare gonnellini a campana ed essere soavi e leziosi ma anche di avere ambizioni tanto quanto le controparti maschili. Un intero sistema sociale sta andando in crisi.
Si sta cercando un po’ tutti di trovare il proprio ruolo.
Accade quindi che tornando a casa a seguito dell’ottenimento di un lavoro importante Ted Kramer trovi la moglie Joanna, ormai da tempo profondamente infelice e insoddisfatta di quella vita, sul punto di lasciare sia lui che il figlio per ritrovare se stessa. Toccherà quindi a Ted occuparsi per la prima volta del piccolo Billy, aiutandolo a superare il trauma dell’abbandono della madre e instaurando con lui un rapporto molto intimo e profondo a scapito della sua carriera (cosa che non sembra gettarlo in una depressione senza fine, diversamente da quanto ci si aspetterebbe in una persona che ha sempre vissuto per il successo fino a un secondo prima), anche grazie all’aiuto della vicina Margaret, anche lei divorziata con prole a carico. Menzione di merito alla famosa scena del gelato tra Ted e Billy che fu frutto di una totale interpretazione dei due attori, tra i quali grazie alla pazienza e alla gentilezza di Hoffman si era instaurato un bel rapporto di complicità.

Sennonché Joanna ad un certo punto, dopo 18 mesi e una volta sistemata la propria vita al meglio e recuperata l’autostima, decide di tornare a New York in pianta stabile e di riprendersi il figlio. Cosa che Ted non è certo disposto a concederle senza lottare (finendo per far diventare il film il manifesto del giusto diritto per un padre di ottenere l’affidamento del figlio a seguito di un divorzio, se risulta essere il migliore tra i due genitori. Diritto che non è assolutamente appannaggio della madre, in quanto la maternità non è un istinto innato e la paternità può essere un sentimento altrettanto forte. Anche se per buona parte del film aleggia su Ted lo spettro della disoccupazione, non un problema da poco). I due, come ci suggerisce il titolo, finiscono in tribunale a combattere con le unghie e con i denti per l’affidamento del bambino. Ma sono unghie e denti molto educati, tanto che a volte viene il dubbio che il figlio lo vogliano più i due avvocati dei rispettivi genitori.
Il film infatti finisce per essere tutto un “prego-grazie-scusi-tornerò”: due genitori che si sono comportati in modo egoistico per la maggior parte della vita del bambino (prima il padre, sempre concentrato sul lavoro, poi la madre che abbandona la sua famiglia per poi tornare quasi come se niente fosse) finiscono per comportarsi in modo ancora più egoistico, il tutto senza chiedere il parere di un bambino che ha già le idee molto chiare su dove vuole stare e con chi (anzi, proprio l’idea di dover far testimoniare il figlio spingerà Ted a rinunciare alla custodia e a far “vincere” la moglie), ma non appena qualcuno riesce a sferrare un colpo ben assestato per la propria causa (che dovrebbe essere l’ottenimento del bambino) ecco l’altro assumere quell’aria disperata e sconvolta alla “Ma com’è potuto accadere? Io mica volevo che si arrivasse a tanto!”
Le scene in tribunale, che dovrebbero rappresentare il centro focale del film (un film che richiama all’ambito processuale anche nel titolo, ricordo), risultano le più pacate e forse le meno memorabili. Perché assumano un certo spessore e restino impresse nella memoria dello spettatore c’è bisogno dei due bellissimi monologhi finali.

“Io ho lasciato mio figlio e so bene di aver fatto una cosa tremenda. Credetemi, se vi dirò che ne sentirò l’amarezza per tutta la vita ma, per arrivare a lasciarlo, dovevo essere convinta che era l’unica soluzione e che era la cosa migliore per lui. In quella casa ero incapace di sentirmi viva e proprio non riuscivo a vedere un’alternativa. Perciò pensai che la cosa migliore fosse non portarlo via con me. Comunque io da allora ho avuto con chi parlare ed ho lavorato tanto, tanto, tanto per essere un essere umano completo. E non credo che dovrei essere punita per questo, non credo affatto che per questo il mio bambino dovrebbe essere punito. Bill ha soltanto sette anni, ha bisogno di me. Io non dico che non abbia bisogno di suo padre ma sono convinta che abbia più bisogno di me. Sono stata la sua mamma per quasi cinque anni e mezzo e Ted ha avuto quel ruolo per diciotto mesi. Sono sua madre, sono sua madre.”

“Mia moglie non faceva che dirmi: perché una donna non può avere le stesse ambizioni di un uomo? Forse hai ragione, forse sono riuscito a capirlo. Ma per lo stesso principio io vorrei sapere quale legge dice che una donna è un genitore migliore, semplicemente in virtù del suo sesso? Ho avuto tempo di pensarci molto. Cos’è che fa un buon genitore? E’ qualcosa che ha a che fare con la costanza, con la pazienza , che ha che fare con l’ascoltarlo o con il fingere di ascoltarlo, anche se ti manca la forza di ascoltarlo, ha a che fare con l’amore, come diceva lei? Io non so dove è scritto il fatto che una donna ha l’esclusiva, ha il monopolio e che l’uomo difetta di certi sentimenti che ha la donna. Il bambino ha una casa con me, l’ho fatta meglio che potevo. Non sono un genitore perfetto e qualche volta non ho la pazienza e, a volte mi dimentico che è un ragazzino, ma sono lì. Io mi alzo la mattina, facciamo colazione insieme, poi andiamo a scuola, parliamo, abbiamo costruito una vita insieme e ci vogliamo bene. Se tutto ciò verrà distrutto, potrebbe essere irreparabile. Joanna non lo fare, ti prego, non farglielo per la seconda volta.”

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Un film con due personaggi straordinariamente addentro alla parte (Dustin Hoffman al tempo era in piena separazione ed ha contribuito alla maggior parte dei dialoghi, la Streep aveva appena perso il suo compagno John Cazale ed è stata autrice del suo lungo monologo in tribunale) che si costruisce però ahimè non solo attorno alla riscoperta di un rapporto tra un padre e suo figlio e al cambiamento dei tempi in cui le donne uscivano dalle proprie case per entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro, ma anche attorno alla figura tragica e inconsistente di una Meryl Streep che come madre potrebbe venire dopo le cagne randagie convinta di poter ottenere l’affidamento del figlio in quanto cambiata: finalmente ha preso il controllo della propria vita, finalmente può occuparsi del figlio, dedicarvisi con tutta se stessa, amarlo come merita. Salvo poi decidere il giorno, a cose fatte e ordinanza emanata, che in fondo il figlio era già a casa e che sarebbe stato meglio lasciare il piccolo Billy con suo padre.
Pensarci un po’ prima no?
Per carità, un finale commovente e giusto, perché il bambino era ovvio che sarebbe stato molto più felice con suo padre (in barba all’idea che la madre sia sempre il genitore migliore), però non posso fare a meno di pensare con la parte più logica del mio cervellino anziano se fosse proprio necessario questo lieto fine forzato e buonista. Poi penso ai fantastici risultati di botteghino e all’incetta di premi ottenuti all’Accademy e penso: sì, era necessario fare i furbetti perché tra le altre cose i film veramente innovativi e diversi ottengono molta meno attenzione.

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