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Recensione su Kill Me Please

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9 marzo 2011

Il bianco e nero è una scelta stilistica dettata dal sangue, e dai poschi soldi, un massacro ematico che si stilizza solo in questa maniera. Una residenza nel nulla (simile a quella di hereafter) ospita una clinica della dolce morte in cui un medico cerca di razionalizzare le pulsioni suicide e di ricondurle a civismo. Ma…lui già tiene una quadro di napoleone alle sue spalle e sono tutti pazzi coloro che lo cercano. O meglio sono egocentrici, pieni di sè, figure sbiadite di bimbi non cresciuti che non sfuggono una malattia (a parte qualcuno), ma cercano vendetta, un desiderio, il bisogno di essere ascoltati, ma da tutti e di realizzare ogni sogno. Perchè la clinica, stranamente, esaudisce un ultimo desiderio, tipo il modo migliore di morire secondo il proprio egotistico profilo: farsi una studentessa, mettere in scena una strage, cantare e con tanto di platea etc.
Quando la morte compare non più asettica, razionale, decisa a tavolino, ma improvvisa ecco che non vuole più morire nessuno. E’ divertente, sadico e divertente.
Come tutti i film sulla morte parlano tanto della vita (la morte è non vita, non è), qui i temi si infittiscono, perchè i paesani sono la massa ostile ad ogni forma di suicidio assistito, la clinica accetta donazioni ! e si becca i controlli pubblici, anche se lo stato l’ha pure finanziata, la possibilità di morire non è determinata da rigide regole, ma si allarga ad ogni folle che pensa di non aver più voglia di vivere, punto. Per cui la sceneggiatura entra in contraddizione, se il prologo discrimina fra suicidio e dolce morte, tanto che il medico rifiuta il depresso che mente sulla sua malattia, lo sviluppo non lo fa.
Ovviamente solo chi soffre veramente apprezza davvero la sua vita.
E’ caustico e divertente, forse un po’ confuso, con qualche intoppo qui e lì, decisamente fuori dalle righe

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