Recensione su Si alza il vento

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8 aprile 2015

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ci sono film che serve del tempo per parlarne: Si alza il vento, uscito nel settembre 2014, per me è stato uno di quelli. Mi è servita una seconda visione, a distanza di mesi, per mettere insieme qualcosa di coerente.

Si alza il vento è la fine di un’epoca: è l’ultimo film del maestro Hayao Miyazaki, riconosciuto all’unanimità come il più grande regista d’animazione vivente e uno dei più influenti animatori della storia del cinema, e probabilmente terzultimo film dello Studio Ghibli. Non avendo trovato nuove leve in grado di mantenere lo standard qualitativo, pare proprio che lo studio smetterà di produrre nuovi film limitandosi alla distribuzione dei vecchi.
Ed è impossibile parlare di questo film senza tenere conto del fatto che si tratta di un’ultima opera, della chiusura di una carriera. Del fatto che Miyazaki è uscito di scena con – probabilmente – il più importante film di animazione moderno.
Si tratta di un film molto particolare: così come ci sono adattamenti di libri, questo è l’adattamento cinematografico di una vita. Non è una biografia, è troppo romanzato per esserlo, ma è prendere la vita di qualcuno e usarla per parlare di qualcosa: prendere l’essenza e trasmetterla.
Si alza il vento è la storia di Jiro Horikoshi, l’ingegnere aeronautico che creò il Mitsubishi A6M, meglio conosciuto come Zero. Meglio conosciuto come il più letale dei caccia usati durante la Seconda Guerra Mondiale. Quello che usarono a Pearl Harbor.
Ma il film non parla proprio di questo. Il film parla di sogni che vengono deviati e snaturati dalla realtà.
Cosa puoi fare quando sei un visionario, un inventore… e il periodo storico in cui sei nato è quello sbagliato? Quello che porterà il tuo sogno di progettare, di volare, a creare strumenti di morte? Senza poterci fare niente, perchè quello è ciò che vuole il committente, la tua nazione?
Quando vedi l’arretratezza del tuo paese, e il solo modo per raggiungere gli altri è nello sviluppo bellico?
È una domanda che il film pone, senza retorica e senza calcarci la mano, ma la risposta non viene data. La risposta è nella storia, ma sul perchè siamo noi a doverci ragionare: Jiro sceglie. Sceglie il mondo con le piramidi, per citare il film, perchè quello è il suo sogno e lui vuole creare splendidi aerei, e come loro non è responsabile dell’uso che ne viene fatto.
Si alza il vento parla della vita, in generale, come l’amore per Nahoko, la ragazza incontrata appena adolescente durante il terribile terremoto del 1923 e poi anni dopo. È lei a portare la frase che sarà ricorrente per tutto il film: “Si alza il vento, bisogna tentare di vivere”, versi francesi che imho influiscono sulla colonna sonora che sembra francese.
Nahoko è il vento: fresca e potente. Ma malata, tanto… eppure non sembra la foglia destinata ad essere strappata dal ramo, ma la folata di vento che ti scompiglia e poi scompare. Lei che non piange, se non da sola. Lei che vuole vivere come le altre, ma solo finchè avrà una qualità di vita accettabile, per non farsi vedere morente dall’amato. Lei che vive letteralmente alla giornata.

Ma può un film di Miyazaki concentrarsi solo sulla cruda realtà? Certo che no, ed ecco quindi le conversazioni tra Jiro e il conte Caproni, tutte nel piano dei sogni che forse è vero e forse no, sugli ideali, sui desideri, sul realizzare i propri sogni e il prezzo da pagare.
E in effetti il film per tutta la durata oscilla tra la realtà e il modo in cui Jiro vede il mondo: progetti che si animano, aerei di cui vediamo i componenti, aspetti della vita comune che portano ispirazione… e Jiro, sempre a metà tra le sue idee e il qui.
Insomma, questo è un film molto complesso, che mi sono servite due visioni per apprezzarlo del tutto. Ma perchè due?
Beh, è che questo non è un classico film della Ghibli: anche l’altra pellicola più realistica e cruda (lo splendido Una tomba per le lucciole) seguiva il classico ritmo delle storie. Inizio, problema, picco, soluzione, fine.
Questo, invece, racconta una vita quindi il ritmo resta più o meno costante per tutta la durata del film: morale della favola, al cinema ho passato tre quarti di film ad aspettare che cominciasse la trama prima di rendermi conto che quella era la trama e che avrei dovuto – semplicemente – godermi il viaggio. La seconda volta, sapendo a cosa andavo incontro, mi sono perdutamente innamorata: le chiavi di lettura, gli innumerevoli piani della narrazione, la citazione a Porco Rosso… l’unico appunto che posso fare è la poca chiarezza temporale: ci sono salti di svariati anni, ma non te lo dicono mai.

Adesso non posso fare altro che dire per quale motivo questo è il film d’animazione più importante del mondo, e perchè – con buona pace di Frozen e dei suoi fan – che non abbia vinto l’Oscar è una delle prove che all’Academy spesso non capiscono un ciufolo.
Tanto per cominciare è disegnato a mano. Tutto. Per il suo ultimo film il Maestro non ha usato la CG in niente, tornando alle origini.
Questo potrebbe essere l’ultimo grande film d’animazione fatto nel modo in cui l’animazione è stata concepita, ed è l’ultimo grande film del più grande regista d’animazione al mondo. Solo per questo, secondo me, meritava il premio a tavolino.
Ma soprattutto questo film sdogana l’animazione come sottocategoria: guardando Si alza il vento non si ha l’impressione di guardare un film animato perchè si sta guardando un film. Che solo per caso è un cartone. Ed è questo a renderlo uno dei più grandi ed ambiziosi film d’animazione mai creati: la nomination Miglior Film d’Animazione gli sta stretta perchè potrebbe essere candidato a Miglior Film punto.
Più la faccenda che se fosse stato girato con attori in carne ed ossa sarebbero serviti un sacco di effetti speciali, di computer graphic, di green screen… ma così vede la luce nella forma più semplice e “pura” dell’animazione.
L’ultimo film di Miyazaki è un capolavoro.

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