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Recensione su Si alza il vento

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16 settembre 2014

In si alza il vento, Miyazaki tende il braccio all’illusione, come effimera brezza che l’ha accompagnato nel suo lungo percorso, segnato da romantici ideali di bellezza e scapigliati ritratti di gioventù, mai naufragati negli avvilenti grigiori della mondanità urbana.
Basti ricordare ”Il mio vicino Totoro”, pubblicato nello stesso periodo di ”Una tomba per le lucciole” di Takahata, per rimarcare la contrapposizione tra fiaba e realtà, componente labile per i disegni mentali del grande artista.
Eppure ( eccezion fatta, forse, per Il Porco Rosso), in quest’ultimo lavoro muta l’aspetto del suo involucro immaginario, trasponendolo in una realtà cruda, reale, che non contempla artifici ,né filtri in grado di elaborarne funzioni. Né vi è un forte rimando all’immagine femminile, da tempo idolatrata, e spogliata da un retrogrado sessismo in quasi ogni pellicola da Nausicaä della Valle del vento in poi.
Qui non vi sono esseri soprannaturali, come i “nerini del buio” o “corrifuliggine”. Non ci sono streghe che fanno consegne a domicilio, né città incantate abitate da spiriti. Qui non vi sono maghi in grado di alterare dimensioni, né castelli in grado di camminare con i propri piedi. Qui vi è un sogno, nella sua primordiale forma, e un amore, che per la prima volta viene rappresentato nella sua ”interezza”, e non nella sua platonica forma. Una maturità che Miyazaky aveva già sperimentato col ”Porco rosso”, ma che in questo ultimo capolavoro esercita con più maestria, come colui che al termine di un gran balzo, non lascia indietro il suo sguardo.
Un film che rappresenta l’ultimo pezzo di un puzzle che un grande uomo ha costruito per far sì che ogni realtà si plasmi non solo in virtù delle proprie ragioni, ma soprattutto in virtù dei propri sogni.

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