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Si alza il vento

/ 20137.6293 voti

Perchè piace così tanto?? / 25 Settembre 2018 in Si alza il vento

Ma che peso…. non me ne vogliate, ma… che peso!
tutte le volte mi impongo di non guardare più miyazaki visto che non mi piace, ma c’è sempre qualcuno che mi convince che “il prossimo è più bello”.
Boh.
L’animazione sarà pure bella, ma non si può ridurre tutto a questo. Il design dei personaggi è sempre quello, ormai è diventato segno identificativo.. è un bene o un male non discostarsene mai?
In ogni caso, la storia è lenta sebbene piena di sogni e susseguirsi di progetti di aeroplani e amore struggente… mi ero già stufata a vedere sogni (nota bene, SOGNI, non aeroplani.. forse l’unica cosa interessante del film) dopo 20 minuti.
Finale ovviamente reale, di certo non un lieto fine.
Mi ha lasciato soltanto l’amaro in bocca.
Stavolta basta davvero con miyazaki. Lo lascio a chi piace e a chi ha le capacità per capirlo e apprezzarlo. Evidentemente non è per tutti. Io non sono tra quelli.

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Sogni liquidi / 11 Giugno 2017 in Si alza il vento

(Riflessioni sparse)

Un film liquido, come i sogni del protagonista.
Lungo, dilatato, a suo modo angosciante, benché parli d’amore.
Credo che questa sua strana (non) forma derivi dal fatto che, all’atto della sua realizzazione, Miyazaki fosse convinto che si sarebbe trattato del suo ultimo lavoro. Ma, a differenza di quanto accaduto con Mononoke (altro titolo a cui legò un paventato addio dalle scene), dove la solidità narrativa e formale restavano evidenti, Kaze tachinu non sembra assolvere nessun obbligo specifico nei confronti del pubblico: piuttosto, sembra la pura soddisfazione dei desideri più profondi del regista e la rappresentazione di sentimenti che, probabilmente, egli ha vissuto personalmente.
Tra l’altro, non credo sia un caso che Jirô gli somigli particolarmente, dal punto di vista fisico.

La passione di Miyazaki per il volo e la tecnologia aeronautica è risaputa, quindi ha acchiappato al volo (oh oh oh) la possibilità di dedicare un altro film “onirico” (dopo Porco Rosso) a questo suo grande amore, dilatandolo fino allo spasimo, in qualità di intimo epitaffio artistico.

Si alza il vento è la solita ma ugualmente inaspettata gioia per gli occhi, ricchissima di strabilianti dettagli certosini, ma, per quel che mi riguarda, asseconda poco la mia voglia di magia e avventura, proprio per via della sua natura intimistica: guardare questo film significa sbirciare nel cuore di Miyazaki e, posto che non tutto, quindi, risulti lineare ma umorale, a non apprezzarlo pare di compiere un piccolo vilipendio.

Tra le cose più compiute, annovero la lunga sequenza del terremoto e dell’incendio di Tokyo: dopo lo tsunami di Ponyo, Miyazaki-san ha messo in scena con sconcertante bellezza un altro fenomeno naturale distruttivo tipico del Giappone. Come in quel caso, in cui era la piccola creatura marina a generare sconquasso in maniera inconsapevole, quasi per gioco, qui è la Terra a muoversi come se si trattasse di un gigante addormentato che si rivolta incosciente nel letto: in modo inquietante, i gemiti che accompagnano le scosse non sono effetti sonori “artificiali”, ma suoni vocali generati da una persona.
La stessa accortezza è stata adottata in altre parti del film: taluni rumori degli aerei, specie in fase di partenza, sono sbuffi e borbottii prodotti da persone, usati forse per sottolineare l’affezione per l’oggetto stesso, concepito come vivo e palpitante a dispetto della sua natura meccanica, nato dall’amore/dalla dedizione dei suoi indefessi progettisti.

Per la prima volta dopo Howl, Miyazaki concede ai suoi protagonisti adulti effusioni delicate, un elemento non troppo comune alla cultura nipponica che, pur non escludendo il romanticismo (anzi…), stenta per motivi “culturali” a mettere in scena effusioni che risultino naturalmente affettuose (generalmente, i poli entro cui si muove la rappresentazione amorosa giapponese va dal bacio/abbraccio urgente, appassionato e improvviso a un pressoché totale distacco fisico moderato da piccole carezze): Jirô e Naoko si baciano più volte, a beneficio del pubblico, ma quel che mi ha colpito di più, a sottolineare la “maturità” del film,è che, nel film, viene suggerita una celebrazione dei sensi altrimenti sconosciuta alla cinematografia di Miyazaki (la prima notte di nozze, benché provata, Naoko invita Jirô nel suo letto: la sequenza in cui scosta la trapunta del futon, mostrandosi al neo-marito vestita solo del pur ampio e morbido yukata, è il preludio a una notte d’amore da cui il sesso non è bandito).

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L’aeronautica non porta fortuna a Miyazaki / 2 Novembre 2015 in Si alza il vento

A mio parere, l’aeronautica non porta fortuna a Miyazaki. Dopo la parziale delusione di Porco rosso, un altro film che non mi sembra all’altezza della fama del maestro. La trama scorre monotona, senza il minimo guizzo, complice anche l’imperturbabilità davvero eccessiva del protagonista. Ci sono tratti in cui subentra la noia – e la durata non aiuta. La vicenda amorosa, che teoricamente avrebbe dovuto vivacizzare quello che altrimenti sarebbe rimasto un capitolo di storia dell’ingegneria, è di un patetismo ottocentesco piuttosto scontato. Dei problemi etici del film si è parlato a lungo. Non c’è infine quasi nulla della visionarietà che siamo abituati ad associare ai film di Miyazaki, a parte forse i sogni frequenti di Jiro. Restano solo gli effetti visuali, spesso originalissimi, a ricordare che questa è l’opera – l’ultima, purtroppo, a quanto pare – di un maestro. E sospetto che sia per omaggiare il ritiro del maestro che la critica si è mostrata un po’ troppo generosa nei confronti di Si alza il vento.

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. / 27 Settembre 2015 in Si alza il vento

Visto quanto si è parlato bene di questo film e si è urlato allo scandalo perché non ha vinto l’Oscar, mi aspettavo di più da questo film. Non dico che sia brutto, ma ci sono film di Miyazaki decisamente migliori di questo. A partire da Porco Rosso, che tratta lo stesso tema degli aerei.

8 Aprile 2015 in Si alza il vento

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ci sono film che serve del tempo per parlarne: Si alza il vento, uscito nel settembre 2014, per me è stato uno di quelli. Mi è servita una seconda visione, a distanza di mesi, per mettere insieme qualcosa di coerente.

Si alza il vento è la fine di un’epoca: è l’ultimo film del maestro Hayao Miyazaki, riconosciuto all’unanimità come il più grande regista d’animazione vivente e uno dei più influenti animatori della storia del cinema, e probabilmente terzultimo film dello Studio Ghibli. Non avendo trovato nuove leve in grado di mantenere lo standard qualitativo, pare proprio che lo studio smetterà di produrre nuovi film limitandosi alla distribuzione dei vecchi.
Ed è impossibile parlare di questo film senza tenere conto del fatto che si tratta di un’ultima opera, della chiusura di una carriera. Del fatto che Miyazaki è uscito di scena con – probabilmente – il più importante film di animazione moderno.
Si tratta di un film molto particolare: così come ci sono adattamenti di libri, questo è l’adattamento cinematografico di una vita. Non è una biografia, è troppo romanzato per esserlo, ma è prendere la vita di qualcuno e usarla per parlare di qualcosa: prendere l’essenza e trasmetterla.
Si alza il vento è la storia di Jiro Horikoshi, l’ingegnere aeronautico che creò il Mitsubishi A6M, meglio conosciuto come Zero. Meglio conosciuto come il più letale dei caccia usati durante la Seconda Guerra Mondiale. Quello che usarono a Pearl Harbor.
Ma il film non parla proprio di questo. Il film parla di sogni che vengono deviati e snaturati dalla realtà.
Cosa puoi fare quando sei un visionario, un inventore… e il periodo storico in cui sei nato è quello sbagliato? Quello che porterà il tuo sogno di progettare, di volare, a creare strumenti di morte? Senza poterci fare niente, perchè quello è ciò che vuole il committente, la tua nazione?
Quando vedi l’arretratezza del tuo paese, e il solo modo per raggiungere gli altri è nello sviluppo bellico?
È una domanda che il film pone, senza retorica e senza calcarci la mano, ma la risposta non viene data. La risposta è nella storia, ma sul perchè siamo noi a doverci ragionare: Jiro sceglie. Sceglie il mondo con le piramidi, per citare il film, perchè quello è il suo sogno e lui vuole creare splendidi aerei, e come loro non è responsabile dell’uso che ne viene fatto.
Si alza il vento parla della vita, in generale, come l’amore per Nahoko, la ragazza incontrata appena adolescente durante il terribile terremoto del 1923 e poi anni dopo. È lei a portare la frase che sarà ricorrente per tutto il film: “Si alza il vento, bisogna tentare di vivere”, versi francesi che imho influiscono sulla colonna sonora che sembra francese.
Nahoko è il vento: fresca e potente. Ma malata, tanto… eppure non sembra la foglia destinata ad essere strappata dal ramo, ma la folata di vento che ti scompiglia e poi scompare. Lei che non piange, se non da sola. Lei che vuole vivere come le altre, ma solo finchè avrà una qualità di vita accettabile, per non farsi vedere morente dall’amato. Lei che vive letteralmente alla giornata.

Ma può un film di Miyazaki concentrarsi solo sulla cruda realtà? Certo che no, ed ecco quindi le conversazioni tra Jiro e il conte Caproni, tutte nel piano dei sogni che forse è vero e forse no, sugli ideali, sui desideri, sul realizzare i propri sogni e il prezzo da pagare.
E in effetti il film per tutta la durata oscilla tra la realtà e il modo in cui Jiro vede il mondo: progetti che si animano, aerei di cui vediamo i componenti, aspetti della vita comune che portano ispirazione… e Jiro, sempre a metà tra le sue idee e il qui.
Insomma, questo è un film molto complesso, che mi sono servite due visioni per apprezzarlo del tutto. Ma perchè due?
Beh, è che questo non è un classico film della Ghibli: anche l’altra pellicola più realistica e cruda (lo splendido Una tomba per le lucciole) seguiva il classico ritmo delle storie. Inizio, problema, picco, soluzione, fine.
Questo, invece, racconta una vita quindi il ritmo resta più o meno costante per tutta la durata del film: morale della favola, al cinema ho passato tre quarti di film ad aspettare che cominciasse la trama prima di rendermi conto che quella era la trama e che avrei dovuto – semplicemente – godermi il viaggio. La seconda volta, sapendo a cosa andavo incontro, mi sono perdutamente innamorata: le chiavi di lettura, gli innumerevoli piani della narrazione, la citazione a Porco Rosso… l’unico appunto che posso fare è la poca chiarezza temporale: ci sono salti di svariati anni, ma non te lo dicono mai.

Adesso non posso fare altro che dire per quale motivo questo è il film d’animazione più importante del mondo, e perchè – con buona pace di Frozen e dei suoi fan – che non abbia vinto l’Oscar è una delle prove che all’Academy spesso non capiscono un ciufolo.
Tanto per cominciare è disegnato a mano. Tutto. Per il suo ultimo film il Maestro non ha usato la CG in niente, tornando alle origini.
Questo potrebbe essere l’ultimo grande film d’animazione fatto nel modo in cui l’animazione è stata concepita, ed è l’ultimo grande film del più grande regista d’animazione al mondo. Solo per questo, secondo me, meritava il premio a tavolino.
Ma soprattutto questo film sdogana l’animazione come sottocategoria: guardando Si alza il vento non si ha l’impressione di guardare un film animato perchè si sta guardando un film. Che solo per caso è un cartone. Ed è questo a renderlo uno dei più grandi ed ambiziosi film d’animazione mai creati: la nomination Miglior Film d’Animazione gli sta stretta perchè potrebbe essere candidato a Miglior Film punto.
Più la faccenda che se fosse stato girato con attori in carne ed ossa sarebbero serviti un sacco di effetti speciali, di computer graphic, di green screen… ma così vede la luce nella forma più semplice e “pura” dell’animazione.
L’ultimo film di Miyazaki è un capolavoro.

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18 Settembre 2014 in Si alza il vento

Presentato alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, “Si alza il vento” è l’ultimo prodotto dello studio Ghibli, e sancisce l’addio al format lungometraggio del pluripremiato maestro dell’animazione nipponica.
Giappone 1918. Jirō Horikoshi, nell’impossibilità fisica di divenire un pilota d’aereo, trasla il suo sogno in quello di ingegnere aeronautico. Preso a modello l’italiano Giovanni Caproni, il giovane crescerà svelando a se stesso l’incredibile mondo della progettazione, venendone presto catturato. La sua vita universitaria inizia con il disastroso terremoto di Tokyo, il quale gli farà incontrare Nahoko, sensibile ragazzina dall’aspetto ancora adolescenziale. La trama si svilupperà così tra l’amore per il lavoro ed una vita sentimentale della quale poco si parlerà, onde preservare ogni minima sensazione allo spettatore ancora privo della visione del film.
Hayao Miyazaki è forse il più importante tra i cineasti Giapponesi viventi, nonostante il suo campo d’azione si restringa alla sola animazione, e ciò ne intensifica ancora di più il significato. Negli anni, con il suo primo film “Il mio vicino Totoro” prodotto nel 1989, è riuscito a disegnarsi un posto di massima importanza tra la popolazione asiatica e non, creando un marchio distintivo che non è esagerato identificare come vero e proprio nuovo modo di fare cinema. La premessa era doverosa per capire cosa possa significare l’addio al cinema di un personaggio di tale levatura, che porta con se l’entusiasmo dei suoi cultori e la conseguente nostalgia pre-manifesta accompagnata all’evento dell’assistere al suo ultimo capolavoro.
Sono molte le novità rispetto ai precedenti lavori del regista e dello studio, prima tra tutte l’aderenza alla realtà: trattasi infatti di una libera interpretazione della vita dell’ingegner Jirō Horikoshi, personaggio chiave nel Giappone della seconda guerra mondiale, inventore del celeberrimo Mitsubishi A6M Zero, l’aereo “kamikaze”. Tale scelta non può essere giustificata con la sola passione del maestro per gli aeroplani (egli è inoltre figlio di un ingegnere aeronautico) ma chiede obbligatoriamente una risoluzione in ragione di una proiezione dell’artista nel protagonista. È evidente il parallelismo del finale di carriera o la sequenza in cui Jirō risulta talmente immerso nel disegno della struttura da poter volare tramite la sola punta della matita. Indubbia è non solo l’ispirazione alla storia reale, ma la stessa volontà di una narrazione che si dispiega su toni verosimili, concedendo sfogo alla sinfonia fantastica (caratteristica principale degli altri film del regista) nei soli momenti di sogno, in cui compare Caproni che condivide con Jirō lo stesso incanto motivazionale, quindi onirico. Un film che non si fa mera rappresentazione, ma che, proprio grazie all’impersonificazione del regista, riesce ad essere per lo spettatore sensazione di un’esistenza perseguente la passione, l’amore e la dedizione. Un meraviglioso salto empatico il cui risultato è la profonda comprensione di chi assiste, nella totale immersione emotiva cullata dalla delicatezza toccante dei modi narrativi, dei tempi, dei disegni e addirittura dall’elegante educazione di tutti i personaggi. La forma che esplica il contenuto.
Non meno densa è la morale che attenua il suo messaggio in favore di un incontro-scontro serrato, consapevole della complessità di ciò che sembra essere il giusto, senza risparmiarsi sui nodi ormai arrivati al pettine, e affrontando senza più allegorie gli enormi contrasti interni (ancora una volta sia del regista che del protagonista) che passioni unisone come aerei e pacifismo, motori e natura (…) portano con loro. Ancora una volta la traduzione su schermo di tale complessità diventa poesia dell’immagine, così gli aerei volano su cieli infiammati, eleganti e apocalittici cadono distrutti su neve bianca, Jirō cammina tra detriti fumanti, in volto alcuna espressione, non sa giudicare.
L’ultima fatica di Hayao Miyazaki è il lascito di una poetica che rivoluziona se stessa intraprendendo altre strade, e chiude il cerchio dipinto con l’intera filmografia.

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SI ALZA IL VENTO / 18 Settembre 2014 in Si alza il vento

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Opera ultima del maestro Hayao Miyazaki che racconta in modo biografico la vita dello storico progettista di aerei Jirō Horikoshi, fondendola allo scrittore Tatsuo Hori, scrittore del racconto omonimo del film. Il regista espone le sue classiche tematiche ma con una profondità che raramente si erano viste in altre sue pellicole precedenti; come il ruolo primario svolto dall’universo femminile, il suo essere decisamente contrario a qualsiasi tipo di conflitto e la sua passione per le macchine volanti.
La pellicola, che nasce come trasposizione dell’amore sconfinato del protagonista per la progettazione di aerei, si evolve (con l’aiuto del destino) nell’intreccio di quelle che sono le ragioni di vita di Jirō: la sua professione e la sua futura moglie Nahoko, malata di tubercolosi.
Un film che parla d’amore, amore vero senza cliché; un film che parla di passione, (passione per quello che si fa anche se si è consapevoli che quello che si crea verrà utilizzato per fini tutt’altro che nobili); un film che è un inno alla vita, come incita la stessa Nahoko nei confronti di Jirō, esortandolo ad andare avanti.

Forse la sua opera più personale insieme a “Il mio vicino Totoro”, nonostante parli di un personaggio realmente esistito. Miyazaki chiude la propria carriera fatta di successi con l’ennesimo capolavoro, “L’ULTIMO VOLO”, che amalgama delicatezza e decisione, eleganza, la capacità di toccare il cuore.
Lascia le scene una delle più grandi menti della storia del cinema… e forse la più grande mente della storia dell’animazione. Per me lo è senza dubbio e di diritto… con buona pace di Walt Disney!

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16 Settembre 2014 in Si alza il vento

In si alza il vento, Miyazaki tende il braccio all’illusione, come effimera brezza che l’ha accompagnato nel suo lungo percorso, segnato da romantici ideali di bellezza e scapigliati ritratti di gioventù, mai naufragati negli avvilenti grigiori della mondanità urbana.
Basti ricordare ”Il mio vicino Totoro”, pubblicato nello stesso periodo di ”Una tomba per le lucciole” di Takahata, per rimarcare la contrapposizione tra fiaba e realtà, componente labile per i disegni mentali del grande artista.
Eppure ( eccezion fatta, forse, per Il Porco Rosso), in quest’ultimo lavoro muta l’aspetto del suo involucro immaginario, trasponendolo in una realtà cruda, reale, che non contempla artifici ,né filtri in grado di elaborarne funzioni. Né vi è un forte rimando all’immagine femminile, da tempo idolatrata, e spogliata da un retrogrado sessismo in quasi ogni pellicola da Nausicaä della Valle del vento in poi.
Qui non vi sono esseri soprannaturali, come i “nerini del buio” o “corrifuliggine”. Non ci sono streghe che fanno consegne a domicilio, né città incantate abitate da spiriti. Qui non vi sono maghi in grado di alterare dimensioni, né castelli in grado di camminare con i propri piedi. Qui vi è un sogno, nella sua primordiale forma, e un amore, che per la prima volta viene rappresentato nella sua ”interezza”, e non nella sua platonica forma. Una maturità che Miyazaky aveva già sperimentato col ”Porco rosso”, ma che in questo ultimo capolavoro esercita con più maestria, come colui che al termine di un gran balzo, non lascia indietro il suo sguardo.
Un film che rappresenta l’ultimo pezzo di un puzzle che un grande uomo ha costruito per far sì che ogni realtà si plasmi non solo in virtù delle proprie ragioni, ma soprattutto in virtù dei propri sogni.

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Dal sogno alla Storia / 16 Settembre 2014 in Si alza il vento

La prima volta che vedo Miyazaki al cinema; bella esperienza, ma tutto sommato non è una animazione che richiede per forza il grande schermo.
Stando a quel che ho letto sulla rete, dovrebbe essere l’ultima opera del genio giapponese. Chiude certamente in bellezza, seppure ecceda un po’ con il sentimentalismo (contenuto negli altri suoi lavori); la meccanica degli aeroplani, vera e propria passione del buon Hayao, è passata dall’ ingegno estroso e bizzarro di “Porco Rosso” a una perfetta resa progettuale, attinente all’ingegneria aeronautica. Praticamente usciamo dalla bolla del sogno (che certo è presente, oh, è comunque un Miyazaki) e planiamo nella Storia; è un po’ la parabola dell’inventore degli “Zero”, gli aerei leggeri usati dai kamikaze nella Seconda Guerra Mondiale nati per la bellezza e finiti inghiottiti nel vortice della guerra. Qualcuno ha suonato il campanello del revisionismo storico; bah, non so, io coglierei di più l’aspetto poetico e tragico, quello di un uomo a cui sono stati sottratti i sogni.
Ho apprezzato moltissimo il parallelo con la “Montagna Incantata” (oggi tradotta come “Montagna Magica”, ma io sono un abitudinario 🙂 ) di Thomas Mann, romanzone davvero magnifico, che qui viene rivissuto esplicitamente nella dolorosa storia dell’amata Naoko.
Intenso e strappalacrime, con pezzi d’altissima maestria (vedi il terremoto), sprazzi di humour (il piccolo esplosivo caposquadra Kurokawa) e pure qualche calo d’interesse per l’eccessiva distensione del racconto. Sui disegni niente da dire, l’Arte è Arte e se non la si capisce è un problema nostro.

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E pensare che c’è gente che manco l’ha mai sentito nonimare Hayao Miyazaki… / 14 Settembre 2014 in Si alza il vento

Per la prima (e probabilmente ultima) volta Hayao Miyazaki ha abbandonato i canoni del suo cinema per dedicarsi ad un’opera che lo interessa da vicino e che si rifà ad una storia realmente accaduta nel Giappone prebellico.

Si alza il vento è un film storico, passionale (e personale), su un amore difficile ma incontrastabile di un uomo per il vento, il volo, gli aerei. Da sempre il re dell’animazione giapponese ci ha trasmesso questa sua mania per le macchine volanti, si ricordi ad esempio “Nausicaä della Valle del vento” o “Porco Rosso”, ma mai prima d’ora erano stati loro, gli aeroplani, i veri padroni della scena, il fulcro narrativo della storia. Un amore probabilmente nato tra le mura domestiche in quanto suo padre era coproprietario di una fabbrica che costruiva parti per aerei.

In un primo momento è difficile, quasi insopportabile, accettare un così drastico cambio di genere. Il genere fantastico, mistico, fiabesco che da sempre è stato alla base delle sue opere magistrali. Ma anche in Si alza il vento tutto il talento, l’amore e la magia di Hayao Miyazaki sono presenti. Anche senza creature mitologiche e grottesche, è il terremoto, il fischio del treno, un aereo che va in pezzi a parlare. Ad esprimere una personalità, una sorta di anima, che non si avrebbe in qualsiasi altra produzione animata. E’ il contesto onirico in cui si viene catapultati, mosso da un’animazione sempre più bella, curata ed ammaliante a ricordarci ancora una volta cosa stiamo vedendo. O meglio, CHI stiamo vedendo.

Si alza il vento non è la migliore opera del regista di Il mio vicino Totoro, non verrà certo ricordato per questo film, né per il personaggio di Jirō Horikoshi, decisamente piatto e a tratti patetico con tutto il suo manierismo da piccolo borghese, ma ancora una volta, Miyazaki è riuscito a trasmetterci il suo amore. A riempircene il cuore e a buttarci fuori dalla sala con un’espressione inebetita e un’incombente voglia di vivere.

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11 Settembre 2014 in Si alza il vento

Si alza il vento.
Dobbiamo provare a vivere.

Miyazaki nella sua ultima opera, “Si alza il vento” , ripercorre la vita di Jiro Horikoshi.
Jiro è un personaggio storico realmente esistito nonché l’ingegnere aeronautico giapponese che creò uno fra gli aerei da combattimento più efficienti della seconda guerra mondiale, il leggendario Zero. Il film, in una prima fase, trasporta lo spettatore nel Giappone pre-bellico e soprattutto nella vita di tutti i giorni del protagonista. In questa circostanza veniamo in contatto con Jiro, il buono e giusto, uno di quei figli che ogni mamma sogna di avere. Il nostro è un giovane che cresce nel rispetto del suo prossimo, nel rispetto della famiglia e delle tradizioni. Egli ha una grande passione, quella per gli aerei. Si vede proiettato nel futuro, si immagina progettatore dell’aeronautica. Il suo più che un sogno è una vera e propria ossessione. A casa non fa altro, legge riviste concernenti l’aeronautica e prende come modello da seguire un conte ed ingegnere italiano tal Gianni Caproni. Caproni è uno degli elementi più curiosi dell’opera, è un uomo conosciuto in tutto il mondo ed è la guida spirituale del nostro eroe. Lo incoraggia e lo consiglia a non abbattersi, sembra immortale e durante gli incontri fra il duo, incontri che avvengono in sogno, non invecchia mai. Caproni è l’ennesimo omaggio del regista nipponico all’Italia, un incontro fra Oriente ed Occidente che dura ormai dagli anni ’80 ed aggiunge quel tocco di surrealismo al tutto. Il giovinastro ha un piccolissimo difetto, è miope. La cosa però non lo blocca affatto e Caproni gli fa notare che lui invece di pilotarli, gli aerei li deve costruire. La prima parte del film è quella che ho preferito, unendo sogno e realtà, il regista ci mostra i desideri di un giovane che dalla campagna si sposta in città e diventa ingegnere aeronautico. Nella sua crescita va annoverato l’incontro con Nahoko, una ragazza apparentemente piena di vita, conosciuta per caso sul treno mentre un terremoto devasta Kanto. Nella seconda parte del film la rincontrerà confessandole il suo amore. Purtroppo Nahoko rimarrà la seconda passione di Jiro, un uomo che per dedizione al lavoro, devozione, ed in parte egoismo si dedicherà sempre maggiormente agli aerei. Nahoko è ammalata di tubercolosi e vive come può il rapporto.
Il film ha i suoi momenti e delle piccole particolarità, fra cui: gli effetti grafici e quelli sonori; visivamente infatti è una gioia vedere i protagonisti atteggiarsi ad atleti circensi mentre l’aeroplano di turno volteggia nel cielo. Jiro, nei suoi sogni, affianca il Conte Caproni in una camminata sulle ali degli aeroplani progettati quasi un ballo surreale, quasi una celebrazione a “Carioca”. Dal punto di vista degli effetti sonori invece abbiamo la scelta di usare effetti creati dalla voce umana. Dal motore degli aerei al fischio della locomotiva passando al rumore della terra che si spacca durante la scena del terremoto di Kanto, i suoni sono riprodotti dalla voce umana.
L’opera è piaciuta a moltissimi, e mi domando perché non sia piaciuta al sottoscritto, ma ha ricevuto moltissime critiche. Le critiche riguardano la scelta di Miyazaki di narrare la storia di un uomo che “costruiva macchine assassine” e che ha preso parte all’imperialismo nipponico. Altri ancora hanno fatto notare come tra chi costruiva materialmente gli aerei ci fossero prigionieri, coreani e cinesi in particolari. Miyazaki non è un fascista, è un grande esperto di guerra con la passione per tutto quello che concerne l’ultimo conflitto mondiale. E’ devoto agli “ZERO” (aerei protagonisti dell’opera) e ai blindati usati nella seconda guerra mondiale. E’ un appassionato che etichetta quel conflitto come il più folle mai vissuto dal Giappone e dal genere umano Semmai la critica, quella che del resto muovo io, dovrebbe essere rivolta al modo in cui viene trattato il periodo storico: la grande depressione con le conseguenze della disoccupazione, la povertà e le malattie; il fascismo in Italia e l’imperialismo nipponico; il nazismo in Germania risolto e licenziato con una battuta al bar; le guerre di sterminio e le annessioni del Giappone; sono tutti temi toccati ma in modo lieve. Sembra quasi non se ne voglia parlare e la faccenda mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Ci si concentra sulla passione di Jiro e basta. Un uomo che vive per gli aerei, per il cielo, e quando c’è tempo per la moglie. Vive in una specie di bolla e i cambiamenti non lo toccano. La guerra è edulcorata e le poche immagini relative alla stessa sono accompagnate da una melodia allegra, spensierata.

E’ per questo che il film non mi ha fatto impazzire.
Non c’è la presa di posizione di “Porco Rosso” o “il castello errante di Howl”. In un certo senso lo possiamo collocare vicino a Porco Rosso ma il fatto che una morale, nel senso di etica, con la M maiuscola sia assente lo allontana clamorosamente dal titolo citato. Il film non prende una posizione decisa, non c’è l’orrore della guerra di Takahata nel suo “una lanterna per le lucciole”; non c’è la magia né la riconciliazione de la “Principessa Mononoke” Forse solo il volo viene ripreso da “Porco Rosso” come simbolo della liberazione ma Jiro non vola e, paradossalmente, quelle persone che lo fanno, lo fanno per ragioni sbagliate. L’opera è su una persona, è individuale, è sul desiderare qualcosa di bello e pericoloso (gli aerei). Un’opera da vedere per completare la filmografia del regista che resta lontana dai suoi classici. A mio avviso un’opera minore ma, si sa, a volte ci prendo ed altre no.

DonMax

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un po’ lungo, ma sempre magico / 2 Maggio 2014 in Si alza il vento

Miyazaki non si smentisce praticamente mai. Anche quando ci sciorina storie tecniche sulla creazione degli aerei giapponesi (dei kamikaze?) riesce sempre a incantare e commuovere. Capace di rendere poetico persino un cappello, o un erbaccia.
Un genio lo è sempre. Il Maestro dell’animazione giapponese.

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