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Il rullo compressore e il violino

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Il rullo compressore e il violino

Tarkovskij atto primo / 17 Dicembre 2016 in Il rullo compressore e il violino

Il mediometraggio con cui Andrej Tarkovskij si diploma al VGIK, la più prestigiosa scuola di cinematografia dell’Unione Sovietica, racconta una delicata storia di amicizia tra due esponenti di diverse generazioni, un ragazzino di sette anni cresciuto nel periodo di destalinizzazione e un adulto che era stato bambino quando si combatteva la seconda guerra mondiale.
Nessuna stravaganza stilistica, ma una regia che già si manifesta nella forza espressiva e nella lentezza riflessiva che connoteranno la filmografia del regista russo.
Collaborano al film alcuni compagni di studi di Tarkovskij: alla sceneggiatura l’amico Končalovskij, futuro regista; musiche e fotografia sono curate, rispettivamente, da Ovchinnikov e Yusov, che seguiranno il regista nei suoi primi lungometraggi.

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L’infanzia di Saša / 8 Gennaio 2014 in Il rullo compressore e il violino

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dopo aver girato (con la collaborazione di Aleksandr Gordon e Marika Beiku), nel 1958, un interessante cortometraggio, “Gli assassini” (tratto da “The Killers” di Ernest Hemingway), e, l’anno seguente, un bel film per la televisione, “Oggi non ci sarà libera uscita” (diretto a quattro mani con il già citato Aleksandr Gordon), nel 1960 il ventottenne Andrej Arsenevič Tarkovskij realizza “Il rullo compressore e il violino”, pellicola con la quale lo stesso consegue il diploma nel corso di regia, presieduto da Mikhail Romm, presso la più importante, nonché la più antica del mondo, essendo stata fondata a Mosca nel 1919 da Vladimir Rostislavovič Gardin, scuola sovietica di cinema, il VGIK.
Sceneggiato da Tarkovskij e da Andrej Sergeevič Michalkov-Končalovskij (anch’egli frequentatore del medesimo corso di regia seguito dal suo collega), questo delizioso film ha come protagonisti un bambino di sette anni, Saša (interpretato da un bravissimo Igor Fomčenko), che prende lezioni di violino al conservatorio, e un operaio, Sergej (Vladimir Zamanskij), che lavora su un rullo compressore per la pavimentazione stradale.
A causa della sua passione per la musica, Saša viene ripetutamente deriso dai suoi coetanei, che si divertono a chiamarlo “Il Musicista” e a perseguitarlo sottoponendolo ad angherie sempre più pesanti, come quando arrivano ad impossessarsi con la forza del violino tanto caro al piccolo aspirante strumentista.
Alla scena assiste Sergej, che pone fine alla prepotenza dei ragazzini. Ritornato in possesso dello strumento, Saša si reca al conservatorio per sostenere la tanto temuta prova d’esame di violino: la sua esibizione è un disastro, la maestra lo riprende più volte (“Non ti infervorare, Saša. Smettila di dondolarti. Ricomincia daccapo”. “Sei fuori ritmo! Che cos’hai? Ricomincia un’altra volta. Dai!”. “Conta, Saša! Bisogna contare. Un’altra volta”), ma nonostante gli ammonimenti ricevuti, lui continua a suonare male, e l’esito dell’esame è inevitabilmente negativo. Al termine della prova, l’insegnante, sconsolata, gli dice: “Che cosa devo fare con te, sognatore?”.
Tornando verso casa, egli incontra di nuovo Sergej, che lo invita a provare a guidare il rullo compressore. Mentre gli altri ragazzini osservano invidiosi, tra Saša e Sergej si stabilisce un bellissimo rapporto di amicizia, destinato a durare per sempre.
Una storia semplice ma tutt’altro che banale (nei personaggi di Sergej e Saša, infatti, si scorge una metafora dell’Unione Sovietica sospesa tra un passato ingombrante e un futuro incerto), che ci insegna come l’amicizia possa superare le profonde differenze che contraddistinguono le persone, proprio come capita ai protagonisti di questo film. In poco meno di un’ora, il regista imbastisce una vicenda in cui contrappone, con un lirismo delicato, la fantasia di un bambino che sogna di diventare un musicista con il realismo di un operaio alle prese con il duro lavoro quotidiano. Questi due estremi si rincorrono continuamente per tutta la pellicola, senza annullarsi l’uno coll’altro, ma anzi andando armoniosamente di pari passo.
E pensare che tale opera Tarkovskij la considerava importante soprattutto perché gli aveva dato l’opportunità di lavorare assieme all’operatore Vadim Jusov ed al compositore Viačeslav Ovčinnikov, mentre per il resto tendeva a sminuirne il valore. Sbagliando. Perché se è vero che questo mediometraggio sconta alcuni difetti (sia nella regia che nel montaggio, curato da Lyubov Butuzova), oltre che certuni personaggi non perfettamente delineati (soprattutto i bambini cattivi e l’operaio: i primi appaiono malvagi oltre misura, il secondo al contrario pecca di eccessiva bontà), è altrettanto vero che possiede pure molti pregi.
Non sono pochi, infatti, i momenti in cui Tarkovskij sembra fare le prove generali per i successivi capolavori, in particolare per il modo in cui muove la cinepresa (splendidi i carrelli laterali), e anche per come dissemina il film di simboli (soprattutto quello dell’acqua, presente in varie forme: da quella piovana a quella di una fontanella, passando per quella contenuta nei bicchieri) che in futuro non mancheranno mai nei suoi lavori.
In alcune sequenze poi si vola decisamente alto, come quella in cui Saša costruisce un aeroplano di carta con il foglio dello spartito per comunicare al suo amico che, per colpa di sua madre che non gli ha concesso il permesso di uscire, non può andare con lui al cinema a vedere “Čapaev” di Sergej e Georgij Vasil’ev (il tanto lodevole quanto originale tentativo del bambino di avvertire il suo amico non andrà a buon fine, dato che il foglio finirà col cadere alle spalle dell’operaio mentre questi si sta allontanando dalla casa in cui abita il piccolo), o il poetico finale onirico (che anticipa quello, stupendo, de “L’infanzia di Ivan”, 1962), o ancora quella in cui il bambino suona davanti all’operaio.
E’ difficile trovare le parole adatte per descrivere la bellezza di questa scena, specialmente a chi non l’ha mai vista: se per caso siete tra questi ultimi, vi basti sapere che, vedere Saša che si produce in un’esibizione con la quale tenta, a dispetto della sua acerba tecnica che non gli permette di esprimersi appieno, di effondere i propri sentimenti mediante le corde del suo amato violino, trattasi di un momento di grande cinema, magico e commovente a un tempo, che gonfia di emozione il cuore dello spettatore.
Poesia pura, insomma, grazie anche al fondamentale contributo della bellissima colonna sonora di Viačeslav Ovčinnikov, che si unisce magistralmente alla musica generata dal violino creando così una melodia ricca di fascino che farebbe venire la pelle d’oca anche ai sassi, e alla notevole fotografia di Vadim Jusov, che si esalta particolarmente nel filmare i riflessi della luce del sole che inondano l’ambiente nel quale si svolge l’improvvisato concerto.
Tale meravigliosa scena dimostra chiaramente che ci troviamo di fronte ad un autore dal talento immenso. A riprova di ciò, soltanto due anni dopo uscirà il primo straordinario capolavoro del maestro russo: “L’infanzia di Ivan” (anch’esso scritto dal regista stesso con la collaborazione di Andrej Končalovskij). Opera fenomenale, quella appena citata, cui seguiranno (purtroppo soltanto) altri sei lungometraggi (tre dei quali, però, autentiche pietre miliari: “Andrej Rublëv”, 1969, “Solaris”, 1972, e “Stalker”, 1979), che consacreranno Andrej Tarkovskij come uno dei più grandi cineasti della Storia del Cinema.

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11 Maggio 2013 in Il rullo compressore e il violino

Questo mediometraggio è uno dei primi lavori di Tarkovskij, realizzato per la sua prova di regia alla VGIK di Mosca (prima scuola di cinema al mondo), la cui sceneggiatura è stata scritta a quattro mani con Andrej Michalkov-Končalovskij, anch’egli futuro regista.
È la storia dell’amicizia di Saša, bambino che studia violino e che è spesso oggetto delle derisioni dei suoi coetanei e di Sergej, un operaio. Benché sia un film ancora piuttosto acerbo è possibile identificare alcuni simboli che saranno poi caratterizzanti della sua opera. La onnipresente acqua e lo specchio fra gli altri. Il regista, infatti, filma spesso il riflesso degli oggetti. Lo specchio serve a proiettare l’immagine dell’oggetto in uno spazio irreale, sottolinea quindi l’impossibilità di dividere il reale dall’immaginario, il presente dal passato etc.
Limitante è stato sicuramente il regime, non a caso sono presenti numerosi riferimenti al Comunismo come il personaggio di Sergej, operaio e la presenza predominante del colore rosso. Un inizio promettente per il giovane Andrej!

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