Recensione su Kakurenbo - Nascosti nel buio

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15 marzo 2013

Nonostante sia (volutamente) poco esplicito dal punto di vista narrativo, questo cortometraggio (circa venticinque minuti) prodotto dalla Yamato è davvero affascinante dal punto di vista visivo.
Innanzitutto (lode alla follia), è stato realizzato in cg per sembrare animato in maniera classica. Il che presuppone principalmente un consapevole azzardo per le sperimentazioni estetiche e tecniche, cose lontane anni luce da ciò a cui il mercato occidentale ci ha abituati: chapeau a prescindere.

L’uso delle maschere sui visi dei protagonisti non è solo propedeutico al racconto, ma è prima di tutto un éscamotage tecnico. Al contrario della modellazione di oggetti, abiti e scenografie, quella dei visi (e delle mani, e a ciò i realizzatori non hanno saputo o potuto ovviare) è estremamente complicata: rendere realistico un volto in cg, seppur declinato à la manga, è procedimento quantomai arduo (anche alla Pixar ne sanno qualcosa). Plauso a chi ha saputo sfruttare una tale penalizzazione a favore del prodotto finale: legare l’espressività di un personaggio al solo movimento degli occhi o del corpo è retaggio del Nō, certo, ma apprezzo sempre le “intrusioni” della tradizione nei contesti contemporanei, quando queste sono così fluide e naturali.

Inevitabili, quindi, le fascinose intromissioni dell’animismo jappo e del tecnicismo amato/odiato in quel del Sol Levante: le volpi sono un chiaro richiamo ai “guardiani di porta e messaggeri” shintoisti in grado di plasmare i concetti di spazio e tempo; la città segreta -costituita da un’infinita “infilata” di porte- è una metafora dell’aldilà e di un ciclico viaggio dell’eroe; gli Oni sono spaventose bambole meccaniche animate da forze immanenti e sconosciute; il quartiere in cui si gioca a kakurenbo (letteralmente, nascondino), che -architettonicamente parlando- non ha potuto non ricordarmi gli esperimenti grafici di Ikeda Manabu, è la cloaca delle paure metropolitane, archetipo dei luoghi “proibiti”, dei palazzi imperiali, dei castelli protetti da draghi e fossati, dei cimiteri indiani.

Se fosse stato più lungo ed articolato, probabilmente, non avrebbe avuto su di me lo stesso impatto emotivo.

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