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Recensione su Jungle Fever

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Effetto domino. / 28 luglio 2014 in Jungle Fever

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

La struttura del film, simile a quella di una matrioska (dentro alla vicenda dei protagonisti, si nascondono quelle, stratificate, dei loro amici e parenti), si basa su un “effetto domino” deflagrante: le azioni di due persone coinvolgono e sconvolgono non solo la loro vita, ma l’equilibrio di un intero universo sociale.
La relazione, clandestina prima e dichiarata poi, tra un afroamericano ed una donna bianca, in questo caso italoamericana (“È italiana”, “Bomba H”, “Viene da Bensonhurst”, “Bomba nucleare al megatone”), non è certo una novità, eppure -e la cosa non mi stupisce, in realtà- genera una catena infinita di reazioni, perlopiù violente.

Il tradimento, già di per sé discutibile, viene considerato da più parti come un atto antropologicamente contro natura, perché comporta l’unione di persone che hanno la pelle di un diverso colore: Lee approfitta della questione per offrire allo spettatore una sequela ricchissima di punti di vista sull’argomento, su cui troneggia quello delle ragazze afroamericane in quel “consiglio di guerra” durante il quale, senza peli sulla lingua, le amiche della sposa cornificata espongono ampiamente le proprie teorie sulle relazioni interrazziali.
La concezione della Jungle Fever ad opera del buon reverendo è quantomai brutale, sessista (ovviamente) ed anacronistica, eppure esprime chiaramente quanto radicata e profonda sia la convinzione che l’attrazione tra individui cromaticamente diversi escluda interessi comuni e sincero coinvolgimento emotivo, affondando esclusivamente nella scoperta di atavici, quasi simbolici, appetiti sessuali, supportando l’idea che sia la semplice curiosità ad attrarli.

La tensione latente in ciascun quadro del film (ufficio di Flipper; casa di Angie; casa di Flipper; casa di Cyrus; casa di Paulie; negozio di Paulie; casa del reverendo; ristorante; strada) esplode dalla metà della pellicola in poi, facendola deviare sensibilmente verso il dramma a tinte fosche, mentre l’inizio sembra promettere toni da originale commedia degli equivoci.
Lo scarto narrativo è grandioso (Angie torna a casa ed il padre la tempesta di botte, mentre qualche sequenza prima Flipper è stato protagonista di un siparietto innocuo, quasi comico) e da quel momento in poi qualsiasi episodio coinvolga la coppia è puntualmente estremo, pregno di livore (vedi, la coppia di poliziotti che interviene durante un finto alterco tra Angie e Flipper; la cena a casa del reverendo; gli avventori del locale di Paulie che disquisiscono sul tradimento di Angie; ecc.).

La storia di Gator, il fratello drogato di Flipper, esula dal contesto principale e costituisce una vera e propria sottotrama, scucita dal resto del film: benché riuscita, l’ho trovata praticamente inutile ai fini narrativi, ma ha fornito il “pretesto” (c’è da ricordarlo) a Samuel L. Jackson per offrire una valida interpretazione premiata a Cannes (il premio per il Migliore Attore Non Protagonista venne istituito espressamente per quell’occasione).

Cast stellare: da Annabella Sciorra a Wesley Snipes, dalle giovani e sconosciute Halle Berry e Queen Latifah, passando per John Turturro ed Anthony Quinn, gli attori scelti da Lee vestono i propri ruoli come un guanto.

Per chi si domandasse come si conclude la vicenda di Paulie Carbone (Turturro)… la leggenda vuole che il buon Spike l’abbia raccontata in questo spot della Swatch da lui scritto, interpretato e diretto qualche tempo dopo:

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