Recensione su Jules e Jim

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M / 10 Dicembre 2019 in Jules e Jim

Il film uguale e contrario a I 400 colpi: non c’è più il rapporto genitori figli, c’è quello d’amicizia e d’amore; non c’è più l’emotività sentita verso Antoine, in cui Truffaut mise tutto il cuore (perché era la sua, di storia), ma c’è il distacco freddo e lucido, lo scorrere d’anni in un battito di ciglia, la voce narrante che permette di elidere quasi tutto (e che intensità balzac-iana nel narrato, io che di solito malsopporto quest’intromissione); non c’è più l’avanzare fluviale del primo film ma c’è lo spezzarsi continuo in frammenti, in quei fotogrammi fissi (che meraviglia) che fermano il tempo (la macchina cinema) per incorniciare per sempre dei visi (succedeva, in effetti, anche ne I 400 colpi, ma solo nell’acutissimo finale).

Da notare: i tre protagonisti passano quasi tutto il tempo del film insieme, eppure insieme vengono raramente inquadrati (e quando avviene, o sono campi lunghi che li spersonalizzano, o c’è un intruso): vorrebbero… dovrebbero essere un trio, ma non possono esserlo: sono dei singoli, al massimo sono delle coppie (Jules + Jim, Jules + Catherine, Catherine + Jim), ma trio no, trio mai, neppure nella morte.
L’essenza del film, in fondo, è tutta qui: come dilapidare un patrimonio emotivo perché incapaci di raziocinio (o forse perché dotati di troppo raziocinio). Nel migliore dei mondi possibili poteva finire bene, la storia di Jim e di Jules e di Catherine, ma ce lo vedete Truffaut vicino a Leibniz? No, da buon spinoziano, poteva solo finire nella maniera più dolente possibile: neanche tragica, semplicemente dolente. La vita è un accidente, e “la felicità non si racconta perché non ha parole, ma si consuma”.

E vola diretto fra i miei film preferiti di sempre.

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