Recensione su Joker

/ 20198.4177 voti

Una risata ci seppellirà / 7 Ottobre 2019 in Joker

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Riflessioni sparse)

Beh, stando a questo Joker, dopo film come Road Trip, Starsky & Hutch, la trilogia di Una notte da leoni e la variante sul tema Parto col folle, mi pare che, finalmente, Todd Phillips abbia fatto un po’ di strada, cinematograficamente parlando. Se non altro, ha messo da parte i suoi pro degli hangover, uomini “stonati” e puntualmente immaturi, per dedicarsi a un film più compatto, serioso, forse (dico, forse) provocatore, con un protagonista stimolantissimo: un supervillain senza passato. Il Joker di Batman che il mondo crede di conoscere viene riscritto per l’ennesima volta: nuovo giro, nuova corsa, nuove suggestioni.

Premetto che, in questo lavoro, Phillips-sceneggiatore non mi ha entusiasmata in toto (in questo caso, ha lavorato alla sceneggiatura con Scott Silver). Joker è un film a tesi non troppo originali: sostiene assunti ultra dolorosi e condivisibili, certo, ma scontati. E, poi, accenna ad alcuni elementi, senza sfruttarli mai (es. il sesso che imperversa nelle strade della città e nel diario di Fleck e, di concerto, un probabile complesso edipico di Arthur Fleck nei confronti della madre).
Ritengo che, nel complesso, il film debba la sua poco discutibile buona riuscita a Joaquin Phoenix e al fatto che Phillips abbia assecondato pedissequamente la sua propensione alla rappresentazione della alienazione, sempre presente nella filmografia dell’attore (scorretela: ogni suo personaggio è il riflesso di un disagio mentale, dal Jimmy Emmett di Da morire al Freddie Quell di The Master, dal Commodus de Il gladiatore all’Abe Lucas di Irrational Man, e così via, senza tralasciare il Joaquin Phoenix del mockumentary Io sono qui!).

Joker è un one man show in tutto e per tutto ed è questo che, forse in maniera prevedibile, mi è piaciuto/mi ha inquietato di più del film. Il Joker di Phoenix è alimentato dal disagio, quello del personaggio e quello dell’attore che lo interpreta.
Oltre alla apprezzabilissima capacità di conferire alla sua Gotham City un’allure ’70s impressionante (il che sottende un certo talento nella creazione di un credibilissimo contesto atmosferico e narrativo), principalmente, a Phillips riconosco il merito (non banale) di aver fatto un buon lavoro di casting e di aver saputo assecondare correttamente Phoenix, lasciandogli (mi pare evidente) la possibilità di partorire in tempo reale un profondo malessere. Suo malgrado, Arthur Fleck è uno dei tanti bubboni sulla faccia di Gotham. Il Joker è il pus che ne fuoriesce quando Fleck esplode. Una risata isterica seppellisce ogni cosa: sentimenti e razionalità.
Però, anche qui ho ravvisato una strana incertezza in fase di script. Una volta che il Joker prende il sopravvento su Arthur, o meglio, quando Arthur si evolve definitivamente in Joker, la sua follia è “parziale”: la clemenza che dimostra nei confronti della vicina di casa e del nano mi ha interdetto (non gli hanno mai fatto del male, è vero, ma, allora…). Pur avendo radici psicotiche, la follia del Joker è calcolata? Cioè, può essere tenuta a bada/può essere applicata solo in certi casi? Questa parzialità, programmata o dovuta al caso, non so, mi ha lasciato perplessa. L’ho interpretata come un’indulgenza nei confronti del personaggio che, però, a parer mio, ne indebolisce la oscura grandezza e mostra apertamente i limiti di un film a tesi come questo.

Al contrario (in questo caso, anch’io mostro un certo grado di dualismo, ne convengo), una delle teorie del film che ho apprezzato è la “negatività” di Thomas Wayne, un uomo ricco e abbastanza arrogante (“Vuoi un mio autografo, immagino”). Certo, è uno stereotipo ed è creato per esaltare la tesi dell’uomo invisibile e calpestato di cui Fleck è emblema. Ma mi ha intrigato pensare che Bruce Wayne/Batman non sia affatto dissimile dal padre e che, nella sua spasmodica ricerca di affermazione del vero e del giusto, sia cieco nei confronti dei reali bisogni della società che si propone di difendere e da cui, esattamente come il Joker, egli stesso è nato, letteralmente. Nel film del 2008, il Joker di Nolan dice al Cavaliere Oscuro: “Che faccio senza di te? Tu completi me (…) Per loro, sei come un mostro, come me”. Nella scena dell’interrogatorio, emerge l’incontrollabile follia latente di Batman, potente quanto quella di Joker, che, fra l’altro, definisce lapidario il nemico: “Tu sei spazzatura” ed è così che Fleck ormai Joker dice di venire considerato, durante la diretta con Murray Franklin (De Niro). Il Joker di Phillips si allaccia a questi dettagli, in un disegno filologico coerente, pur mantenendo una sua indipendenza narrativa e una inscalfibile compiutezza (ah, che bello quel “The End”, alla fine).

Appunti personalissimi all’edizione italiana del film (avrei voluto vederlo in versione originale, ma non ne ho avuto la possibilità, per ora):
– che fastidio l’alternanza tra cose che sono state lasciate in lingua originale (es. titoli e articoli dei giornali) e altre che sono state tradotte… L’apice di questa incongruenza sta nel diario scritto a mano, in italiano, da Fleck. Mah.
– Basta Adriano Giannini a doppiare i vari Joker: sono interpretazioni complesse, ne convengo, ma non l’ho apprezzato in nessuna occasione. Prima, il Joker di Heath Ledger, con le slinguazzate didascaliche (slap!). Ora, quello di Phoenix (emmenomaleché non gli hanno fatto doppiare tutte le risate!).

12 commenti

  1. SteveJK / 7 Ottobre 2019

    Per quanto riguarda la vicina di casa credo che sia stata un’altra sua vittima: quando si ritrova nel suo appartamento e lei ne è terrorizzata, l’inquadratura stacca in un momento successivo dove lui è solo e si sentono urla distanti e dalla finestra si scorgono i lampeggianti dell’ambulanza/polizia.
    Dopo la seconda visione di stasera ti confermerò questa mia sensazione.

    Per il nano, credo che ne abbia avuto compassione poiché veniva sempre deriso da tutti i colleghi. È un “Freak” come lui.

    Sul finale ambiguo cosa ne pensi? Qual è la battuta che non capirebbe la dottoressa?

    • Stefania / 7 Ottobre 2019

      @stefano_benvenuto: sarà che mi aspettavo un click, qualcosa (che so: lui che si alza all’improvviso dal divano e le si avvicina), non ho proprio fatto caso alle urla e ai lampeggianti. Allora, controlla e poi dimmi, grazie 😉
      Sì, il nano è un freak, come lui, che è sempre stato cortese con Arthur, ma, appunto, allora il Joker fa distinzioni, è lucido: è questa “parzialità” razionale che mi ha interdetto un po’.

      Ecco, il finale.
      La battuta: non lo so. Nella mia testa, ha a che fare con la questione della vita come tragedia/commedia (lui dice: “Tanto non [la] capirebbe”), ma è solo una mia ipotesi. Del tipo: “La barzelletta più grande del mondo: la mia vita”.
      Piuttosto, non sono riuscita a collocare cronologicamente la scena. Nel corso del film, l’assistente sociale dice che Arthur è stato in ospedale e lui, se non sbaglio, afferma perfino che lì stava bene. Si vede un fugace flashback in cui Arthur è in una stanza bianca (lo spettatore lo vede di spalle) e sbatte la testa contro la porta.
      Nella scena finale, sembra in una stanza simile con una dottoressa, perciò ho pensato che anche quel colloquio sia avvenuto prima dei fatti raccontati nel film e che il flashback gli fosse collegato. Ma, quando Arthur esce in corridoio, intuiamo che abbia ammazzato o ferito gravemente la dottoressa (ha del sangue sotto le scarpe). Eppure, si muove già (soprattutto quando scappa dall’infermiere) come il Joker, tra il folle e lo scanzonato. Sono rimasta spiazzata. Quando bisogna collocare questa scena? Prima dei fatti del film (e, quindi, è possibile che, pur avendo aggredito una persona, l’abbiano poi dimesso? è un’ulteriore critica al sistema del welfare?), oppure dopo la “nascita” del Joker in diretta tv? (es. a un certo punto, lo arrestano, lo ricoverano, lui evade, continua la sua carriera criminale, ecc.)

      • SteveJK / 7 Ottobre 2019

        Ecco, non c’è stato stacco tra una scena e l’altra, tra una realtà e una fantasia, come quando era a casa con la madre e staccava direttamente nella sua fantasia all’interno dello show dove veniva accolto come un figlio.
        Che la scenetta finale dove se ne va via lasciando impronte di sangue, scappando da un lato all’altro del corridoio in maniera molto cartoonesca sia parte della sua fantasia? E dunque le uniche scene reali siano quella manciata di frames dove sbatte la testa dentro l’Arkham Asylum e quando parla con la dottoressa (sempre all’interno della stanza), e tutto il resto sia frutto della sua necessità di evadere, di essere l’eroe che libera Gotham dagli oppressori, e di essere l’artefice delle origini di Batman (che probabilmente lo avrà fatto rinchiudere lì dentro)?

        Ci ritorneremo 😉

        • Stefania / 7 Ottobre 2019

          @stefano_benvenuto: no, dai, aspé! Un altro film dove-è-tutto-sognato, no 😀 Che, poi, qui non regge: il Joker “esiste” e questa è una delle sue possibilissime origini. Personalmente, escludo l’ipotesi onirica (non mi piace neanche un po’ 😀 ).

          • SteveJK / 7 Ottobre 2019

            Concordo, quello che segna dentro è il crudo realismo del film. Se tutto si ridurrebbe ad un sogno, perderebbe di fascino.

    • rust cohle / 7 Ottobre 2019

      Secondo me la battuta finale si ricollega a quello che dice quando è intervistato da Franklin.
      Lui afferma che aveva ucciso i tre ubriachi sulla metro, tra le varie cose, perché lo faceva ridere, dice che la risata è soggettiva e a lui uccidere lo divertiva un sacco.
      Per questo la psichiatra non avrebbe potuto capire la battuta, perché la sua morte è la battuta.

  2. rust cohle / 7 Ottobre 2019

    Comunque Joker, lo si può definire più sociopatico che psicopatico, e credo sia questo il motivo per cui non ha ucciso il nano. C’è un po’ di differenza tra le due cose, se non dico stupidaggini, dico sempre se, lo psicopatico non prova empatia o rimorso verso niente e nessuno , il sociopatico no.

    Detto ciò credo che abbiano tradotto gli appunti in italiano per il semplice motivo di farci entrare più in empatia con la malattia, capire davvero cosa pensa un malato mentale. Certo sarebbe stato meglio se l’avessero lasciato in lingua originale con i sottotitoli, su questo sono d’accordo con te.
    A me Giannini è piaciuto in entrambe le versioni del Joker e anche in altri film😅, però sono gusti.
    Ti è piaciuto nel doppiaggio di Rust in True Detective?

  3. Stefania / 7 Ottobre 2019

    @rustcohle: eh, non so, non sono pratica di malattie mentali (mi scuso se, per caso, ho usato termini impropri) 🙂 La mia perplessità è dovuta all'”atteggiamento” degli sceneggiatori: come vogliamo definirlo, questo Joker? La sua è follia o rabbia? La lucidità che dimostra nelle sue scelte mi fa propendere per la seconda ipotesi: insomma, è una persona rabbiosa con comportamenti “bizzarri”. Però, è una conclusione a cui arrivo autonomamente: la sceneggiatura, in questo senso, secondo me, difetta, dimostrandosi, soprattutto, troppo indulgente.
    La questione Giannini: lo apprezzo abbastanza come attore, ma non mi è mai piaciuto come doppiatore. Rust Cohle: ih, no! Non mi è piaciuto neanche un po’. Magari, è anche perché, quando è uscita in Italia, avevo già visto la prima stagione di True Detective in lingua originale, eh. Però, provo una specie di fastidio nei confronti della sua voce, la trovo sgradevole e mi pare che lui tenda a gigioneggiare troppo (vedi le slinguate del Joker). Guà, sono una cultrice del doppiaggio italiano, ho una insana passione per le voci dei bravi doppiatori, quindi non è che sono del partito “è sempre meglio la versione originale”, ma ci sono delle cose per cui… non ce la faccio 😀 E Giannini Jr. è una di queste (Giannini Sr., invece… maròòòò, di solito adoro i suoi lavori come doppiatore. Sarà l’abitudine, ma quando mi capita di vedere Shining con Nicholson doppiato da lui, mi sdilinquisco sempre. Non so chi altri avrebbe potuto doppiare Al Pacino, dopo Amendola: lui non me lo fa rimpiangere mai <3 ).

    • Stefania / 7 Ottobre 2019

      @rustcohle: ah, scusa, gli appunti scritti in italiano. Beh, non è che non si empatizza se si legge una traduzione, eh 😀 Il contenuto non cambia. Fra l’altro, il movimento della penna che scrive in italiano è strano, innaturale: l’accrocchio digitale con cui hanno realizzato questo dettaglio rende artificiosa la sequenza. Poi, son dettagli, per carità, ma mi sembrano cose “scorrette” (dal punto di vista filologico).

      • rust cohle / 7 Ottobre 2019

        Infatti sono perfettamente d’accordo con te sul fatto che la traduzione in italiano del diario di Arthur sia risultata un po’ macchinosa, anche io avrei preferito l’avessero lasciato in lingua originale. Però diciamo che ho apprezzato l’intenzione, cioè, se fosse stato fatto meglio secondo me avrebbe reso di più, tutto qua.
        Per quanto riguarda il discorso Giannini, è oggettivo che il padre Giancarlo è una spanna sopra il figlio, il doppiaggio di Al Pacino in Ogni Maledetta Domenica, per esempio, è ancora più bello della versione originale, lui è immenso.
        Idem per Stefano De Sando che ormai doppia De Niro dopo la morte di Amendola e che non me lo fa rimpiangere neanche un po’.

        Comunque, il discorso è che la voce di Adriano Giannini, mi sembra perfetta per la psicologia del personaggio, sinceramente non mi viene in mente un doppiatore che possa sostituirlo donando al personaggio più credibilità.
        Poi è ovvio che la mia è solo un’opinione, tu sei MOOOOLTO più esperta di me ( non lo dico per fare il leccaculo, ma mi trovo sempre in accordo con le tue recensioni) questo è palese, do solo la mia opinione da amatore del cinema, non mi erigo a cineasta o critico cinematografico.

        • Stefania / 7 Ottobre 2019

          @rustcohle: ehi, ma anche le mie sono opinioni 😉 E, per quel che riguarda le voci, ho spinto l’acceleratore sui gusti personali: mi piacerebbe che a Giannini Jr. venisse interdetta la sala di doppiaggio, ma è solo un desiderio, gli auguro ogni bene 😀 Non volevo fare un confronto con il padre, mi è capitato fra le mani il nome, Giannini, e come non cogliere l’occasione di parlare di uno dei miei doppiat(t)ori preferiti? 🙂
          A proposito, anche a me piace la voce di De Sando: oltre a fare un buon lavoro con De Niro, è stato un ottimo Gandolfini/Tony Soprano e gli sono affezionata!

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