Recensione su John Dies at the End

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7 settembre 2017

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Cominciamo col mettere in chiaro che il titolo non è uno spoiler, John non muore alla fine del film. Non che il concetto di inizio o fine abbia poi molto senso in questa pellicola dove i piani temporali e dimensionali intersecano e si accavallano costantemente. Ma andiamo con ordine, per quanto possibile. Seduto al tavolo di un ristorante cinese, David Wong, alter ego dello scrittore, racconta ad Arnie, un giornalista alla ricerca di una storia sensazionale, di come lui e il suo amico John abbiano salvato il mondo dall’intrusione di esseri provenienti da un’altra dimensione. Dave e John sono due poco più che ventenni che non hanno mai finito il college e che a malapena riescono a mantenere un impiego fisso. John suona in una band, è il più inaffidabile della coppia e ha la discutibile abitudine di riuscire inserire l’argomento del proprio pene in qualsiasi discorso. Dave, un tipo più tranquillo e misurato, lo accompagna nei suoi concerti in giro per l’anonima città dove vivono. Tutto inizia quando provano, insieme con altri amici, un nuovo tipo di droga, chiamata “salsa di soia”, capace di fare molto più che aprire letteralmente le porte della percezione. Oltre a sviluppare diversi poteri psichici e di preveggenza, la droga permette di vedere oltre la nostra realtà e consente di aprire porte verso altre dimensioni. Proprio da una di esse proviene la minaccia rappresentata da Korrok, tentacolato e monocolo tiranno di una spaventosa terra parallela dove la tecnologia è basata sullo sfruttamento degli esseri viventi, umani compresi. Per qualche strana ragione i due amici sono gli unici cui la “Say Souce” non provoca un’orrenda morte e, grazie ai loro nuovi poteri, sono risucchiati in un vortice rutilante di assurde e improbabili situazioni che li porteranno a scontrarsi con il menzionato Korrok. Questo film segna il ritorno di Don Coscarelli dieci anni dopo l’ultima sua regia cinematografica, se si esclude la parentesi televisiva con la serie Masters of Horror (episodio Panico sulla montagna nel 2005), quel Bubba Ho-Tep con cui condivide il tono irriverente, folle e ironico. Il romanzo di David Wong, pseudonimo di Jason Pargin, è un riuscito esempio di horror comico capace di generare in egual misura risate, terrore e orrore, fu in origine pubblicato a puntate sul blog dell’autore e solo in seguito raccolto, quasi controvoglia, in un libro. Tradurlo in un unico film non deve essere stata impresa facile, poiché molto ricco di eventi, personaggi e situazioni bizzarre e grottesche, tutte esposte con uno stile divertente che, chissà, forse in futuro potranno rendere Wong il corrispettivo orrorifico di quello che altri scrittori umoristici come Douglas Adams e Terry Pratchett sono stati per la fantascienza e il fantasy. La pellicola, pur riproponendo a grandi linee la trama, perde comprensibilmente per strada diverse sfumature e parte della sfrontatezza che contraddistingue il romanzo e che lo rende più divertente e comprensibile. Si concentra principalmente su Dave che racconta in prima persona la vicenda, come nel libro. Gli altri personaggi sopravvissuti al passaggio sullo schermo, rimangono sullo sfondo. Lo stesso co-protagonista John è meno incisivo e simpatico del corrispettivo letterario. Poco spazio anche per l’interessante figura di Amy, un’amica del protagonista cui manca una mano (ma capace di aprire una porta fantasma con l’arto fantasma…). Soprattutto il primo terzo del libro è riproposto fedelmente, poi il film accelera bruscamente, saltando buona parte dei successivi capitoli, fino al finale nella dimensione parallela, la parte più debole e frettolosa cui il basso budget non giova visivamente, visto che nel romanzo era descritta in maniera molto più immaginifica. Paul Giamatti, bravo come sempre, interpreta Arnie, protagonista del colpo di scena finale sia del film sia del romanzo. Nel cast sono presenti anche Clancy Brown (il Kurgan del film Highlander) e l’inquietante mimo Doug Jones.

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