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Recensione su Una separazione

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11 novembre 2011

Ci sono due cose molto belle di questo film, la sceneggiatura e la regia. La sceneggiatura costruisce una storia quotidiana attorno ad un tema che mi sembra condiviso con il film precedente, ossia l’intrico dei non detti e delle bugie che inevitabilmente poi ricadono sulle vite di tutti con conseguenze enormi. E’ un tema borghese che è universale, la menzogna è lo strumento borghese per eccellenza su cui costruiamo la nostra vita sociale. E le motivazioni per usarla non sono grandi, sono normali e piccole, è il quieto vivere, è l’andare avanti, è il trovare una scorciatoia a relazioni complicate, a caratteri difficili da gestire, per superare convenzioni. E poi la regia, le cose più belle dal punto di vista della regia ultimamente le vedo fra gli iraniani, solo l’incipit e il finale valgono il biglietto, le inquadrature fisse nel primo caso, l’avanzare di lei che guarda in macchina, la condivisione dello stesso livello dello spazio dicono molto di più dei dialoghi. Come la separazione finale che è muta, ma che sa di una lacerazione compiuta ormai con i due protagonisti ora davvero divisi in spazi differenti, isolati nel rumore di fondo. E la scelta di occultare i due accadimenti su cui si dipanerà la guerra fra le due famiglie è funzionale all’aprirsi delle interpretazioni molteplici tutte parziali come lo sono sempre nella vita di chiunque.
In un film del genere ci si specchia anche se le peculiarità del tessuto iraniano sono parecchie e se About Elly era l’avventura qui siamo intorno a La notte. Sono attuali anche per noi il richiamo al lecito religioso fatto dalla badante, la nevrosi dell’uomo licenziato, il rapporto con la generazione precedente, la fuga dal proprio paese, il moloch dell’istituzione giudiziale, insomma è un film moderno, modernissimo.

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