Recensione su Stray Dogs

/ 20137.930 voti

10 Settembre 2014

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Le lacrime hanno tempo di trovare un motivo, scendere, e poi asciugarsi. Dove? Città orientale a caso con -antamila luci e altrettanta pioggia, un padre coi figlioletti vaga adagio ramengo e randagio. Vivono in una catapecchia dietro una lamiera, lui lavora come uomo-cartello agli angoli con i peggio traffico e intemperie, loro girano a nutrirsi di assaggi campione nei supermercati. Una donna, con la passione per i cani randagi, se li porta in casa. Stalker e la schiuma dei giorni per i muri viventi, anche se come idea probabilmente non è la più originale; bello cogliere citazioni di registi di cui non si è visto quasi nulla^^ L’acqua, il condotto sul fondo il buco, dai, i muri senzienti che piangono. Composto è il film dal susseguirsi di scene statiche o quasi, lunghe o quasi (no, lunghe e basta!), spesso quadri in leggero movimento, e anche dove movimento ci fosse anch’esso funzionale e inglobato nel cristallo e fermezza dell’insieme. Scene invero splendide, per fotografia, composizione, rigore e scelte formali. Diventa bello perfino uno che ti piscia in fronte, se lo metti tra una graticola di canne di bambù. L’esercizio, non so bene immaginare a quanti possa riuscire, è entrare nei dettagli e percorrere il riquadro dello schermo, dove lo sguardo sguazza e ripassa e passa come un pennello, definendolo. L’impostazione di Tsai finisce per, e inizia, con l’essere una riflessione sulla visione e il laborio attribuito allo spettatore, il quale si trova in immagini che come laghi l’esistente riflettono, naufrago a dibattersi alla ricerca di un senso e bellezza. E ne trova a pacchi O_O pur nell’assenza di una trama, filiforme; scelta legittima se la trama non serve, perché la disperazione dell’insistenza dell’esistenza, del suo peso, sgorga dai protagonocchi (?), dalle sopracciglia dei muri e, diamine, dal cielo, che in continuazione piange. Mi domando due cose: come si possa vedere un film del genere NON al cinema, dove l’occhio non può leccare METRI di schermo che, ripeto, è un movimento qui ESSENZIALE e ca**o mi sto infervorando :/ La seconda è sulla (auto)sostenibilità di un cinema del genere, se tre quarti della gente alla fine esce dicendo “No vabbè, così è troppo”. Sembra di cercare un panda in un pagliaio. Cioè no, you know what I meant, un qualcosa che può estinguersi da un momento all’altro. Fuck pandas! E quella è già gente che va a vedere certi film, non che si finisse lì per caso. La scena finale si compone tre quadri, due personaggi, tre movimenti in… 10-20 minuti. Che guardano. Piangono. Allontanano. INCOMUNICABILITA’! (Nevermind. Vezzo di urlare “INCOMUNICABILITA’” quando vedo un film suo). Abbastanza assurdamente bravissimi i bambini, nell’esser stupidi come bambini. Gli unici, a non piangere.
Ah, oh, e c’è una scena di quasi stupro di un cavolo cinese, te lo volevo dire.

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