Recensione su Amami se hai coraggio

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11 Febbraio 2014

Esordio alla regia di un personaggio francese di poco accentuata produttività: Yann Samuel, regista e sceneggiatore, firma solo cinque pellicole in undici anni, le ultime due delle quali non ricevono una grande distribuzione mondiale. Di lui sappiamo poco di più del fatto che nasce come storyboard artist, per poi diventare direttore. Tale anonimato garantisce un’umiltà purifica al film, su cui non grava la pesantezza del grande nome.
Essendo poi una commedia favolistica francese (terra battuta con una certa eleganza dal più famoso “Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain”) il sedersi sulla poltrona (o in questo caso sul divano) è atto in partenza leggero e gradito.

Julien Janvier e Sophie Kowalsky sono due bambini con l’esaltato vizio del disturbo, che tentano non troppo candidamente di liberarsi dei loro problemi familiari e/o sociali manifestando coraggio nelle sfide di un gioco che a vicenda si lanciano. Il simbolo di tutto questo è una scatola di metallo a forma di giostra, che si rimbalzano al compimento della sfida lanciata. I due crescono, ma i loro complessi rimangono, e il gioco cresce esponenzialmente delineando interi periodi di vita.

Travisandola in parametri matematici, la trama, divisa in scaglioni temporali, è lo studio della funzione dei due protagonisti nei punti di massimo e di minimo nell’intervallo di tempo. Trattata quindi nei punti cardine del rapporto tra i due, la narrazione sottolinea l’impietosità del gioco, decostruendo alcuni principi sociali con il potente mezzo dell’irrealismo. Se è vero questo, è debito comunque sottolineare la leggerezza della confezione, mai presuntuosamente critica se non con se stessa, più esercizio mentale che esercizio di stile, che attinge quindi alla sfera favolistica più che quotidiana, denunciata dalla regia attenta ai sorrisi e alla sceneggiatura che diventa consapevolmente proiezione di un mondo interiore, sempre diverso nei differenti momenti di vita (consiglio di farci caso): fiabesco nelle forme e nei colori (fotografia di Antoine Roch) nella travagliata età infantile, più concreto e spettinato nell’adolescenza, cupo e sconvolto nell’età adulta, in cui la bella casa del famoso calciatore (distrutta e violentata dall’interno) è il picco più alto. La progressione e degenerazione narrativa puntano ad un finale che sa di soddisfazione tolta (una volta tanto), creando un punto angoloso, interessante rivisitazione dei dannati miti greci, che trovano pace in situazioni del tutto atipiche, di norma sconvolgenti, ma che quasi si rendono necessarie al compimento dell’esasperato e tormentato volersi.
Colonna sonora dai deludenti tratti Disney nell’inizio, con l’eccezione del minimo comune denominatore di Edith Piaf “La vie en rose”, che assume un ruolo preciso.

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