Recensione su Jersey Boys

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Walk like a Clint Eastwood / 22 giugno 2014 in Jersey Boys

“I love music. I love doing films that are about musicians or singers.”.
E’ risaputo: un film di Eastwood non è tale se non c’è della buona musica. Un po’ come vedere un film di Tarantino senza un goccio di sangue versato. Inaudito.
Era speaker radiofonico in Brivido nella notte (Play misty for me) e sbandato autore di country music in Honkytonk man, ha diretto un tributo alla jazz music di Charlie Parker in Bird, ha collaborato con Scorsese nella realizzazione del documentario The Blues suonando con Ray Charles. Insomma, dopo il country, il jazz, il blues e il pop, non poteva dimenticarsi del rock ‘n roll degli anni Sessanta e Settanta.
Così, tra il 2012 e il 2013, con la collaborazione di Frankie Valli e Bob Gaudio, Eastwood inizia le riprese dell’adattamento cinematografico del musical Jersey boys, raccontando la nascita e l’ascesa del gruppo rock e pop The Four Seasons, il cui sound aveva pervaso le radio di ogni angolo d’America, e non solo.

Forse poco avvincente in un primo momento, il film riesce a incrementare la dose di entusiasmo diventando sempre più trascinante e coinvolgente non solo per merito delle travolgenti e sempre fresche canzoni che hanno costellato la carriera del gruppo musicale (riadattate e cantate dalla superba voce di John Lloyd Young, interprete di Frankie Valli), ma soprattutto grazie ad una modalità di narrazione con cui Eastwood si misura per la prima volta, e aggiungerei, con grande successo: Jersey boys potrebbe essere diviso in quattro momenti, ciascuno dedicato ai quattro componenti dei The Four Seasons, nei quali i vari membri ci espongono le proprie emozioni guardando direttamente in camera.
L’idea di partenza che prevedeva la formazione di un gruppo rock era stata concepita da Tommy DeVito, per questo motivo la parola è affidata alla sua voce nella prima parte della pellicola; Bob Gaudio, il cantautore, si presenta nella fase più importante del gruppo, nel momento della genesi dei The Four Seasons, affermando: “Ne avevo sentite di tutte ma mai una voce come quella di Frankie Valli. Voglio assolutamente scrivere per questa voce.”. L’introversa personalità di Nick Massi si trasforma e si concede a noi nel momento più critico affrontato dal gruppo, che sancisce la sua rottura; ma l’ultima e determinante parola è lasciata al leader dei The Four Seasons, Frankie Valli, che a oggi si volta e osserva quella scala che ha voracemente e appassionatamente scalato, riflettendo sulla vera ragione del successo: “Ti chiedono ‘Qual è stata la svolta ?’ La Hall of Fame, vendendo tutti quei dischi, tirando fuori dal nulla Sherry ? Era tutto grandioso. Ma la prima volta che noi quattro creammo quel sound, il nostro sound…quando tutto il resto svaniva e quello che rimaneva non era altro che la musica..ecco la vera svolta.”.

Jersey boys è un mélange des genres: biografico, senza dubbio, conserva una particolare vena drammatica resa dai tipici toni bassi e seppiosi , che potremmo tranquillamente definire “eastwoodiani”. Ma un ingrediente inaspettato è sicuramente la poderosa componente gangsteristica, riassunta dalla figura di Gyp DeCarlo, il boss mafioso interpretato da un adeguato (ma non troppo) Christopher Walken; incredibili l’inserimento di un giovanissimo Joe Pesci (con gli occhi un po’ troppo chiari), l’ambientazione di una scena in un minuscolo sgabuzzino riempito di alcolici, pellicce e stecche di Malboro rubate e l’accento siciliano del doppiaggio, che chiaramente sostituisce la cadenza italoamericana adottata dai protagonisti: piccolo tributo allo Scorsese di Quei bravi ragazzi e Casinò ? Io ci vorrei credere.
Ancora più incredibile è l’autocitazione di Eastwood, che lui stesso definisce un “cameo hitchcockiano”: una novità assoluta per il regista, che siamo abituati a vedere, in tutti i film da lui diretti, o in ruoli portanti oppure assente, lasciando completamente spazio ai suoi personaggi. In Jersey boys lo intravediamo in una televisione, interpretando Rowdy Yates in una puntata della serie televisiva Rawhide che negli anni Sessanta, proprio mentre i The Four Seasons stavano scalando le classifiche mondiali con il primo singolo “Sherry”, lo aveva lanciato alla brillante carriera attoriale.

Insomma, anche se avrei preferito vedere un Paul Sorvino al posto di Christopher Walken, e sebbene Eastwood non si rivolga ai migliori truccatori specializzati in invecchiamento dei volti già dai tempi di J. Edgar, sono più che convinta che questo film si possa considerare una delle colonne portanti della filmografia del regista. Uno spettacolo per gli occhi e per le orecchie.

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