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Recensione su Jenifer

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Un Argento anomalo, ma forse è meglio così. / 19 febbraio 2017 in Jenifer

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un poliziotto di nome Frank (Steven Weber), in giro per un bosco, salva una ragazza da un uomo, all’apparenza folle, che sta per ucciderla. Jenifer (Carrie Fleming), questo è il nome della ragazza, è muta e possiede un corpo perfetto ma anche un volto completamente deformato in un grottesco ghigno bestiale sormontato da due profondi e inquietanti occhi neri. Mosso da compassione, Frank ospita la ragazza a casa sua non senza qualche rimostranza da parte della moglie e del figlio. Jenifer sembra esercitare un morboso fascino sull’uomo che presto sfocia in una torbida relazione sessuale. La ragazza si rivelerà ben presto essere qualcosa di molto più terrificante di una povera infelice e assumerà nel rapporto un ruolo dominante, coinvolgendo il poliziotto nei suoi crimini bestiali, trasformandolo in complice passivo e succube del suo insano fascino. Per liberarsi dal suo influsso, Frank deciderà di ucciderla e per far ciò la porterà nel bosco dove l’aveva incontrata la prima volta e dove il cerchio si chiuderà in modo tragico e beffardo. Questo episodio della serie televisiva antologica Masters of Horror affidato al nostro Dario Argento, che per l’occasione sembra uscire dal torpore delle sue ultime e poco riuscite fatiche cinematografiche, è considerato uno dei migliori della prima stagione. Affidatosi finalmente a una produzione come si deve, con una troupe tecnica e artistica adeguata e non realizzando da se la sceneggiatura (anche se in alcune interviste rivendica la paternità dello script finale), riesce a realizzare quella che forse è la sua miglior prova degli ultimi vent’anni di carriera. Intendiamoci, non siamo di fronte a un capolavoro. Anche se realizzata con professionalità e mezzi, è completamente priva di quei tocchi distintivi che rendevano ogni opera del regista immediatamente riconoscibile e non si avvicina in nessun modo ai suoi primi visionari film. Di contro si erge perlomeno sopra la media delle sue più recenti realizzazioni e l’atmosfera che si respira è genuinamente malsana e morbosa. La storia è tratta da un breve fumetto pulp omonimo (11 tavole in totale), scritto da Bruce Jones, illustrato da Berni Wrightson e pubblicato originariamente nel 1974 sulla rivista americana Creepy (rivista che aveva la caratteristica di far presentare ogni racconto al personaggio di Uncle Creepy, in Italia noto come Zio Tibia). Data la brevità, il fumetto è necessariamente più stringato nel raccontare sostanzialmente la stessa storia dell’episodio televisivo, basando il tutto su alcune macabre immagini e sul colpo di scena finale. Da questo punto di vista il film approfondisce notevolmente la psicologia dei personaggi e l’ambiguo rapporto tra Frank e Jenifer, basato sul contrasto tra repulsione e attrazione, compassione e violenta pulsione sessuale, trovando nella durata televisiva di un ora il suo sviluppo ideale.

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