Recensione su J'ai tué ma mère

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L’inscindibilità tra Vita e Arte / 25 maggio 2017 in J'ai tué ma mère

(Riflessioni sparse)

In un’intervista rilasciata a Cannes quando il film venne presentato, nel 2009, nella Quinzaine des Réalisateurs, l’attrice protagonista, l’eccellente Anne Dorval, raccontò che Dolan, all’epoca ventenne, aveva la sensazione che sarebbe morto presto e giovane: l’urgenza con cui aveva deciso di scrivere e realizzare il suo film d’esordio, l’acerbo eppure strabiliante J’ai tué ma mère, rispecchia appieno la sua frenesia personale e artistica, la sua lotta contro quel tempo ingiusto e tiranno che, apertamente, nel suo (finora) ultimo lavoro, Juste la fin du monde, finalmente, viene fuori allo scoperto nelle dichiarate vesti di nemico giurato.

Dolan ha scritto il soggetto di questo film appena sedicenne, riversandovi capricci, sentimenti e frustrazioni personali ancora in atto nel suo cuore e nella sua psiche, ma modulandoli con una padronanza e una maturità narrativa tali da farli risultare facilmente condivisibili dall’intero pubblico. Ciò che stupisce di più, però, non è tanto la rappresentazione dei sentimenti di Hubert, la maschera dietro cui Dolan stesso si cela, ma di quelli della madre, una donna complessa e combattuta, rappresentata con l’odio e l’amore che Hubert stesso prova per lei.
Il film contiene tutti quegli elementi (in particolare, il conflitto con la madre e la società e l’avversione viscerale al trascorrere del tempo), sono diventati le cifre principali della sua poetica cinematografica.

Una vita da vivere in fretta e appassionatamente (come quelle dei protagonisti dei poster appesi nelle camere di Hubert e del suo fidanzato, Antonin: James Dean, River Phoenix… ), come una candela che brucia dai due lati, in una corsa a perdifiato che trasforma la vita stessa in un mix dolcemente letale di sentimento e arti (poesia, musica, fotografia, moda…), sembra essere l’obiettivo sia di Dolan che, ovviamente, di riflesso, dei protagonisti delle sue storie.
Le difficoltà incontrate inizialmente da Dolan per trovare i finanziamenti necessari a realizzare la sua opera prima, perfetta ma imprevista metafora dei soffocamenti famigliari mostrati nei suoi film, rappresentano l’ennesima corrispondenza tra le sue vicende biografiche e le sue creature cinematografiche: il cinema di Dolan sembra esistere per confermare come, Vita e Arte siano difficilmente scindibili.

4 commenti

  1. paolodelventosoest / 25 maggio 2017

    Interessante questo aspetto della fretta di realizzare il film “come una candela che brucia dai due lati”, lo ignoravo.
    Sono totalmente d’accordo, la personalità della madre risulta di gran lunga più interessante perchè suscita in noi più reazioni emotive; Anne Dorval qui è stata gigantesca

  2. Sgannix / 25 maggio 2017

    Se non sbaglio nella medesima intervista è proprio Dolan ad esprimere l’urgenza relativa alla realizzazione del film, il cui contenuto si sarebbe in qualche modo “annacquato” con l’attesa.
    Sarà per questo che il film riesce ad esprimere alcune dinamiche del rapporto tra madre e figlio adolescente in maniera così precisa e pura. Sono convinto che se avesse aspettato anche solo un paio d’anni non sarebbe riuscito a catturare così quelle sensazioni.
    Relativamente all’intervista invece ho un pessimo ricordo delle domande fatte dal giornalista. 😀

    • Stefania / 26 maggio 2017

      @sgannix: se ti riferisci all’intervista inserita tra i contenuti extra del dvd originale, yessss, è lei 🙂 Penso proprio la stessa cosa: se avesse aspettato un po’ di più, il film non sarebbe stato così o, addirittura, non sarebbe stato questo.
      Sai che, invece, io ho apprezzato il giornalista naif? Si capiva che non sapeva con chi stava parlando (in fondo, chi conosceva, all’epoca, Dolan?), quindi con quelle domande un po’ grezzotte, che insistevano più o meno sempre sullo stesso argomento, secondo me, cercava di scoprire chi fosse quel ragazzo che tanto l’aveva stupito. Insomma, mi è sembrata una reazione “genuina” 🙂

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