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Recensione su Jackie

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Storia di una costola / 8 marzo 2017 in Jackie

(Riflessioni sparse)

Le immagini di repertorio che, negli anni, tramite documentari, approfondimenti e telegiornali, mi hanno mostrato la giovane Jackie mi hanno convinto (forse, erroneamente) che la first lady moglie di John Kennedy non fosse una persona psicologicamente stabile. L’occhio fisso, l’espressione praticamente imperturbabile, ai miei occhi l’hanno sempre resa aliena(ta).
Non so se lo fosse realmente, non so se -in caso affermativo- lo sia diventata frequentando il clan Kennedy e assurgendo a primadonna d’America.
Quel che, grazie al film di Larrain, aggiungo alle mie blande speculazioni prive di documentato fondamento è che, pur mantenendo un sangue freddo e un’impeccabile dignità, l’inumana Jackie è specchio preciso della società dell’epoca, per cui una donna veniva plasmata dall’ambiente in cui cresceva e viveva, attraverso una fitta rete di regole e convenzioni basate sull’apparenza. Jackie è nata ed è stata allevata per essere un membro ineccepibile dell’upper class newyorkese e, per estensione, statunitense e, nonostante le sue predisposizioni fisiche e culturali dovesse rifulgere all’interno di una massa indistinta, doveva incarnare un modello femminile sottomesso, incline ad apparire, ma non ad essere.
Jackie aveva “consistenza” solo in funzione del marito, di John, anzi di Jack (gli americani tendono spesso a sostituire John con Jack e così è stato, in famiglia, anche per il rampollo dei Kennedy). Jack e Jackie: il diminutivo del nome di lei, Jacqueline, diventa una forma estesa di quello del marito grazie a una sorta di suffisso (-ie), a una costola dal sapore biblico.
Durante il suo primo matrimonio, Jackie è stata poco più di uno dei cimeli da lei recuperati per arredare la Casa Bianca, è stata un soprammobile di buon gusto in casa Kennedy, è stata un ornamento al braccio di JFK: sparito il marito, a dispetto della sua elogiata “maestà”, il suo “ingombro” è diventato palese. Letteralmente, a cosa serve una first lady, senza un presidente?

Mimetica la prova della Portman: se pure non somiglia in maniera particolare alla Bouvier Kennedy Onassis dal punto di vista fisico, il suo lavoro sul personaggio è stato tale da consentirle di copiarne didascalicamente movimenti e tono di voce.

Nel complesso, il film di Larrain è un ottimo biopic, sicuramente poco convenzionale nell’approccio a un argomento tanto “mostrato” come l’assassinio di John Kennedy.
Però, da buon spettatore medio, l’ho trovato un film pesante: 90 minuti che sono riusciti a pesarmi almeno tre volte tanto.

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