8 Recensioni su

Jackie

/ 20166.6149 voti

Carino / 19 Novembre 2017 in Jackie

Mi aspettavo di meglio.

Mito e realtà / 23 Luglio 2017 in Jackie

Natalie Portman ci restituisce una Jacqueline Kennedy diversa dal modello regale di stile e di coolness che il mito ci ha proposto. Jackie è una donna fragile, incerta, come vediamo nel filmato girato all’interno della Casa Bianca: con lo sguardo cerca di continuo il sostegno dell’amica e segretaria Nancy. Dopo l’attentato di Dallas è quasi in preda a una crisi di nervi (com’è ovvio che sia): chiede all’autista dell’ambulanza che la porta verso l’ospedale con la salma del marito se sa chi fossero James Garfield e William McKinley (due presidenti assassinati). Ma riesce comunque a imporre la propria volontà per quanto riguarda lo svolgimento della cerimonia funebre e la sepoltura di Kennedy, contro le deboli obiezioni del cognato Bob (un poco convincente Peter Sarsgaard) e di altri.
Il film tuttavia rimane irrisolto: non ci viene proposto un vero contrasto tra mito sedimentato e realtà; lo spettatore resta da solo a chiedersi se la leggendaria Jackie fosse davvero solo una ragazza insicura. Se aggiungiamo qualche inutile sgradevolezza (lo stile stranamente polemico dell’intervista che attraversa il film, i dettagli sanguinosi dell’attentato) otteniamo per risultato un film in ultima analisi piuttosto noioso, che la gran prova della Portman non basta a redimere.

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Discreto Formalismo / 2 Luglio 2017 in Jackie

Emulazione estetica kubrickiana per un ritratto femminista di facile presa, Larrain con al seguito il gran visir Aronofsky e la ormai madrina dei piagnistei, evita l’agiografia seppur finendo nel (convincente) formalismo.

Enorme delusione. / 22 Maggio 2017 in Jackie

Ho visto questo film settimane fa…..mi ha talmente delusa che mi ero dimenticata di mettere la recensione.
Avevo letto tanti commenti positivi invece non mi è piaciuto per niente.
Natalie Portman a me piace ma mi spiace non va bene per questo ruolo….basta vedere un filmato dell’epoca per capire che non riesce a dare quel senso di grandezza che aveva la vera Jackie. Bastava solo la presenza per riempire lo schermo e attrarre tutta l’attenzione su di lei oscurando alle volte anche il famoso marito. Nel film tutto questo non emerge affatto e il risultato per me è molto noioso.
Peccato.

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Vince chi ha tutti i colori / 2 Maggio 2017 in Jackie

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

C’è una enorme Natalie Portman (affiancata da una piccina Greta Gerwig/Frances-ha!) che, pochi giorni dopo l’uccisione del marito, racconta la sua versione. A un giornalista, in casa, qua, là. Già i piani si spezzettano, su varie direttrici temporali che servono più a comporre l’insieme che da sole; per cui c’è Jackie che mostra la White House agli mmmerigani in diretta tv. Che rivive il fattaccio. Che organizza il funerale, ispirandosi a quello di Lincoln, nonostante tutti le dicano di NO WAY BITCH! (è noto che tutti parlino così) ma lei, Jackianamente, risponde “sticazzi”. La chiusura col prete particolarmente per me è NO! Il resto è abbastanza, più nel decollo dunque che nell’atterraggio, nei costumi, nella rappresentazione di un’epoca e di un cerimoniale che lei ha voluto e reso maestoso. Jackie cammina spersa, col suo Chanel rosa pastello e sporco di sangue pastello in mezzo ai colori freddo pastello della Casa Bianca pastello. Anche la Portman è enorme nel dare carne all’enormità del dolore del personaggio, sofferente, che aveva ribaltato la convenzione delle first ladies USA e si è trovata ad attraversare la storia. Pablo, che di pugni allo stomaco dello spettatore ha sempre fatto uno stile, non rinuncia alle cervella di Kennedy sparpagliate qua e là, mentre prima il Presidente resta rispettosamente nella penombra, abbagliato dalla luce soffusa da lei. Iconadistileblabla e pastello.

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Storia di una costola / 8 Marzo 2017 in Jackie

(Riflessioni sparse)

Le immagini di repertorio che, negli anni, tramite documentari, approfondimenti e telegiornali, mi hanno mostrato la giovane Jackie mi hanno convinto (forse, erroneamente) che la first lady moglie di John Kennedy non fosse una persona psicologicamente stabile. L’occhio fisso, l’espressione praticamente imperturbabile, ai miei occhi l’hanno sempre resa aliena(ta).
Non so se lo fosse realmente, non so se -in caso affermativo- lo sia diventata frequentando il clan Kennedy e assurgendo a primadonna d’America.
Quel che, grazie al film di Larrain, aggiungo alle mie blande speculazioni prive di documentato fondamento è che, pur mantenendo un sangue freddo e un’impeccabile dignità, l’inumana Jackie è specchio preciso della società dell’epoca, per cui una donna veniva plasmata dall’ambiente in cui cresceva e viveva, attraverso una fitta rete di regole e convenzioni basate sull’apparenza. Jackie è nata ed è stata allevata per essere un membro ineccepibile dell’upper class newyorkese e, per estensione, statunitense e, nonostante le sue predisposizioni fisiche e culturali dovesse rifulgere all’interno di una massa indistinta, doveva incarnare un modello femminile sottomesso, incline ad apparire, ma non ad essere.
Jackie aveva “consistenza” solo in funzione del marito, di John, anzi di Jack (gli americani tendono spesso a sostituire John con Jack e così è stato, in famiglia, anche per il rampollo dei Kennedy). Jack e Jackie: il diminutivo del nome di lei, Jacqueline, diventa una forma estesa di quello del marito grazie a una sorta di suffisso (-ie), a una costola dal sapore biblico.
Durante il suo primo matrimonio, Jackie è stata poco più di uno dei cimeli da lei recuperati per arredare la Casa Bianca, è stata un soprammobile di buon gusto in casa Kennedy, è stata un ornamento al braccio di JFK: sparito il marito, a dispetto della sua elogiata “maestà”, il suo “ingombro” è diventato palese. Letteralmente, a cosa serve una first lady, senza un presidente?

Mimetica la prova della Portman: se pure non somiglia in maniera particolare alla Bouvier Kennedy Onassis dal punto di vista fisico, il suo lavoro sul personaggio è stato tale da consentirle di copiarne didascalicamente movimenti e tono di voce.

Nel complesso, il film di Larrain è un ottimo biopic, sicuramente poco convenzionale nell’approccio a un argomento tanto “mostrato” come l’assassinio di John Kennedy.
Però, da buon spettatore medio, l’ho trovato un film pesante: 90 minuti che sono riusciti a pesarmi almeno tre volte tanto.

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. / 26 Febbraio 2017 in Jackie

Il tono del film di Pablo Larraìn viene impostato fin dall’apertura e dalle primissime note di una colonna sonora angosciosa e bellissima, poco da biopic convenzionale e più da scavo psicologico. Questo in fondo è Jackie: una disamina intima ed emotiva di un personaggio iconico, la first lady che ha visto morire il marito provando letteralmente a raccoglierne i pezzi. Alternando racconto in diretta dalle labbra della stessa Jackie a flashback dei momenti clou, si ha un accumulo di frammenti evocativi, che lavorano più sulle sensazioni e sulla narrativa che la protagonista è decisa a costruire, che non sulla ricostruzione cronologicamente e fattualmente perfetta. D’altronde un evento del genere, così adatto al complottismo, non avrebbe potuto essere narrato altrimenti, se non sfociando nella sterile elencazione delle ipotesi costruite nel tempo sulle sue cause. Qui si prende per buono il mito che la stessa Jackie costruisce durante l’intervista, essendo comunque lei e il suo stato il focus della storia e non l’assassino in sè, confezionando un film molto aggraziato, quasi poetico in certe sue scene, girato, fotografato e recitato dalla Portman benissimo, sicuramente da vedere.

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Rivoluzione e portamento. / 9 Febbraio 2017 in Jackie

Retrospettiva intimista ed astratta degli ultimi giorni da first lady di Jacqueline Kennedy, successivi all’assassinio del 35º presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy.
In questo biopic alquanto singolare, in cui si mescola commedia e realtà, con toni drammatici e d’apologia, percepito attraverso gli occhi e il cuore dell’allora ”prima signora” statunitense, icona di stile ed eleganza nella couture dell’epoca, si possono riscontrare chiare tracce di un vissuto stravolto da un evento, che ha segnato, con la sua agghiacciante durezza, la fine di un idillio, di un regno ( da qui la metafora Camelot ) eretto sulle luci della ribalta.
Larraín, attraverso la giovane Jackie, non si affida alla sola memoria, ma ai sensi, all’ingenua poesia di un tatto perso, di una giostra illuminata, dalla quale si fa fatica a scendere.
Eppure vi è un’immane forza in questa bellissima donna esposta al dolore, e racchiusa in una raggelante rassegnazione. Una forza incarnata dal decoro, e da una dignità esteriore, mai incrinata dai dettami della vita.
I primi piani delegati all’attimo, alla sequenza di uno spasimo impresso, catturato, ed elegantemente avvolto in un manierato abbraccio, diventano ancor più veri perché sorretti da una mimica efficace, faconda ed incisiva.
Natalie Portman, la più talentuosa tra le attrici della sua generazione ( e non solo ) è strepitosa. La sua Jackie danza fra le memorie e le illusioni di un ideale, come se sfilasse dinanzi al mondo, a quel popolo che lei ha avvicinato al suo focolare, alla sua domestica e patinata dimora, che prima aleggiava nell’austerità e nella forma. Quella Jackie, che ancor più del suo primo e rinomato coniuge, era rivoluzione e portamento.

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