Recensione su J. Edgar

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10 Gennaio 2012

I biopic sono un genere da maneggiare con cura: impongono una sorta di percorso obbligato dovendo coniugare generalmente vita privata e vita pubblica dei personaggi raccontati. Anche in questo caso l’uomo pubblico ha un riflesso rivelatore nel vissuto privato e, soprattutto con Hoover, la cosa si fa spinosa essendo passato lui alla storia come l’uomo che avrebbe voluto schedare un intero paese e che si intrometteva nel privato di migliaia di persone, potenti o meno.
Eastwood sceglie allora un registro che legga la vita di Hoover lungo 50 anni saltellando fra un presente ambientato negli anni 60 del novecento e la sua gioventù, scegliendo la voce off dello stesso che narra se stesso (sta scrivendo un libro di memorie) in questo modo tematizzando un altro tema centrale, la manipolazione delle notizie, l’intangibilità della verità. Il risultato è medio medio, bella fotografia, ottima la resa di di Caprio invecchiato, bravi gli attori, ma ingessato il tutto. Eppure con un personaggio così la carne a fuoco è tanta: uso politico delle informazioni, storicizzazione della legalità, tutela del bene comune a scapito della violazione di diritti privati, megalomania del personaggio, lo sviluppo scientifico dei metodi di indagine, quale è il limite, opaco comunque, dell’infrazione delle leggi. Ne viene fuori il ritratto di un uomo cresciuto e formato in un periodo in cui una nazione si sentiva sotto attacco e che ha replicato quel sentimento per decenni impermiabile ai cambiamenti.
Un uomo in trincea consapevole del valore delle informazioni come strumento di potere, votato ad una idea di bene dello stato così assoluto da piegarvi ogni altro diritto (eppure un limite di fronte a Nixon lo ha anche lui, tutto ha un limite), brillante nel perseguire lo sviluppo di un ufficio sottostimato fino a crearne il mito che in fondo è oggi, moderno per l’epoca in tutte le sue scelte lavorative quanto è conservatore nelle scelte private. Hoover ci viene ritratto come il ragazzo mai cresciuto soggetto all’influenza di una madre volitiva che lo adora e che replica il rapporto famigliare con la segretaria (quasi asessuata, rocciosa e forte, dedita a lui e ad una comune idea del lavoro). E c’è una denuncia forte a riguardo della vita privata di Hoover che visse more uxorio per decenni con il suo compagno tutelato dalle possibilità economiche e sociali in un’epoca in cui l’omosessualità era malattia e che rivela come i diritti civili (un cancro per la nazione) siano democraticamente fruibili da tutti a costo zero, siano dunque uno strumento di livellamento sociale.
Eastwood in vecchiaia è un giovane progressista, ogni passaggio del film è una argomentazione sulle libertà civili, sulla tutela dei diritti, sul pericolo che incorre una nazione ad abdicare alla difesa di alcuni di essi in stato di emergenza, cosa sia uno stato di emergenza e chi decida in merito.
Sarà forse che proprio la biografia mi attira poco, ma diciamo che è un compito portato a termine che non brilla particolarmente

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