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Recensione su J. Edgar

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4 marzo 2014

Ennesimo grande affresco della natura umana offertoci da C. Eastwood.
Questo film è stato da molti tacciato di incoerenza e frammentarietà, ma credo che l’intento di Eastwood non fosse quello di offrire un’accurata ricostruzione storica, nè tanto meno di raccontare la vita di Hoover, bensì quella di indagare sull’uomo al di là del personaggio pubblico. E quanto ai meandri della natura umana il buon vecchio Eastwood non è secondo a nessuno.
La vita di un uomo, la sua intimità, non sono coerenti, non seguono binari precisi.
E allora, in questo film, gli eventi della vita di Hoover (liberamente tratti dalla sua biografia) sono uno strumento, un mezzo per raccontarci l’uomo dietro i gesti, il sangue pulsante sotto la maschera di controllo e austerità che indossava.
Da questo punto di vista il film è davvero efficace e, come sempre quando c’è il tocco del maestro Clint, riesce a mettere a nudo la profonda lacerazione interiore di un uomo grande quanto alla sua mente brillante e alla sua ambizione e al contempo piccolo al cospetto delle sue insicurezze, delle paure che lo hanno relegato in un limbo di asetticità, lontano dalle emozioni “pericolose”.
Il personaggio magistralmente interpretato, come sempre del resto, da Di Caprio, con una performance potente, è un uomo risoluto e determinato nel voler rivoluzionare l’intero sistema delle indagini di polizia, raggiungendo risultati dai più insperati e riformando interamente l’FBI, fino a dargli la “forma” che noi conosciamo.
Ma l’Hoover di Eastwood e Di Caprio è, nel profondo, un uomo spaventato, che sente prepotente il richiamo della sua vera natura, personificato dal suo braccio destro e compagno di una vita, C. Tolson, di cui avrà sempre bisogno ma che incarnerà sempre il suo desiderio non appagato, la sua felicità mai pienamente raggiunta. Un uomo che usava l’informazione come fonte di potere e di controllo, tenendo sotto scacco presidenti e uomini politici potentissimi, e che mai si permise di lasciare che qualcun’altro, inclusa la sua parte istintiva, emotiva, potesse tenerlo sotto controllo.
La smania di controllo, l’imperitura lotta contro lo spauracchio comunista, la mania di apparire perfetto ed onnipotente, tutto questo è il rovescio della medaglia di un uomo costretto, da sè stesso e da una madre dura, inesorabile artefice dei disagi del figlio, a prendere le distanze dal proprio caos interiore, compensando l’insicurezza e la paura con un feticcio tanto grande quanto i suoi rimpianti, realizzando qualcosa che potesse, almeno in parte, placare il suo vuoto interiore.
Questo ho visto in questo film. E per questo ne ho apprezzato, a dispetto di una certa lentezza in alcuni passaggi, la struttura volutamente frammentaria, i salti temporali, i ritagli di una vita raccontata attraverso i momenti che hanno definito l’uomo al di là del nome.
Non ho apprezzato, invece, la fotografia a mio parere troppo scura e il trucco degli attori invecchiati…Armie Hammer sembrava un mascherone di gomma piuma!
Un film importante, che conferma la profonda sensibilità di Eastwood, e, in questo caso, del bravissimo sceneggiatore D. L. Black, nel leggere tra le righe della natura umana, mostrandoci uomini e donne ambigui, duri, in bilico, ma sempre veri.
Consigliato.

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