Recensione su It

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Pennywise, il pagliaccio assassino / 25 Dicembre 2019 in It

Nel 1988 un bambino, Georgie Denbrough (Jackson Robert Scott), viene ucciso da un clown assassino, Pennywise (Bill Skarsgård), che si nasconde nelle fogne di Derry, una cittadina del Maine. L’anno seguente il fratello della vittima, Bill Denbrough (Jaeden Martell), con l’aiuto dei suoi amici, Richie Tozier (Finn Wolfhard), Stanley Uris (Wyatt Oleff), Mike Hanlon (Chosen Jacobs), Eddie Kaspbrak (Jack Dylan Grazer), Beverly Marsh (Sophia Lillis) e Ben Hanscom (Jeremy Ray Taylor), cerca di far luce sulla morte di Georgie, ma mentre indagano sull’accaduto i sette ragazzini devono difendersi da una banda di bulli capeggiata da un individuo psicotico e violento, Henry Bowers (Nicholas Hamilton), che si diverte a perseguitare le sue vittime.
Pubblicato nel 1986, “It” di Stephen King è un testo cardine nella carriera dello scrittore americano, tanto da essere considerato come uno dei suoi lavori migliori in assoluto. L’appassionante tomo del maestro del brivido, che nel 1990 aveva ispirato una miniserie televisiva realizzata da Tommy Lee Wallace, si dipanava magistralmente su due diversi piani temporali, uno ambientato negli anni Cinquanta, l’altro negli anni Ottanta, in cui erano collocate rispettivamente l’adolescenza e l’età adulta dei protagonisti, ma la sua notevole complessità narrativa è andata completamente perduta nella trasposizione cinematografica firmata da Andrés Muschietti nel 2017, che costituisce la prima parte di un dittico conclusosi nel 2019 con “It – Capitolo due”, sempre diretto dal regista argentino.
A differenza del libro, il film, sceneggiato da Gary Dauberman, Chase Palmer e Cary Fukunaga (quest’ultimo avrebbe dovuto occuparsi anche della regia, ma ha preferito sfilarsi dal progetto perché i produttori non gli permettevano di fare il film che aveva in mente), privilegia una narrazione semplice e lineare, concentrandosi unicamente sulla giovinezza di coloro che formano “Il Club dei Perdenti”, situando quel periodo della loro vita negli anni Ottanta.
Raccontare i fatti di uno solo dei due piani temporali su cui si articolava il terrorizzante volume kinghiano da una parte facilita l’immediata comprensione degli eventi, ma dall’altra semplifica troppo l’intreccio, facendogli perdere il suo fascino originario; traslare la gioventù di Bill e soci nel decennio degli Ottanta, invece, appare come una furbata per cavalcare l’onda del successo ottenuto dalla serie “Stranger Things” (2016-in corso). Quando si traduce un romanzo in immagini, si è liberi di effettuare tutte la modiche che si vuole rispetto alla pagina scritta, ma se i cambiamenti non convincono, come nel caso in oggetto, è giusto dirlo chiaramente.
Non convincono neppure la prima apparizione di Pennywise, che a furia di occhiate luciferine rivela da subito la sua natura malefica, quando sarebbe stato meglio se l’avesse svelata solo alla fine della scena in questione, e la fotografia di Chung Chung-hoon, che risulta troppo pulita, l’esatto contrario di come avrebbe dovuto essere. Intendiamoci, pur avendo tanti difetti, il film non è tutto da buttare: un paio di scene, quella del lavandino e quella delle diapositive, sono abbastanza efficaci e il cast, composto da giovani attori, è azzeccato, ma al termine della visione resta l’amaro in bocca per l’occasione sprecata.
Quello del cineasta sudamericano è un horror appena sufficiente, pensato per un pubblico giovanile e con personaggi poco approfonditi, che affronta in modo semplicistico i temi trattati nel libro (la morte, l’elaborazione del lutto, la paura, l’amicizia, l’adolescenza, il bullismo) e che può essere apprezzato soprattutto da chi non avesse letto il capolavoro letterario da cui è tratto. Chi invece lo avesse letto è probabile che rimarrà perplesso, per non dire deluso, dopo aver visto questo film, che curiosamente (o volutamente?) è uscito a ventisette anni di distanza dalla messa in onda della sopracitata miniserie, ossia lo stesso lasso di tempo che intercorre tra un’apparizione e l’altra di Pennywise.
Forse dirigere l’adattamento di “It” era un’impresa troppo ardua per Muschietti. Ci sarebbe voluto un grande regista come il John Carpenter dei tempi migliori o il compianto George A. Romero, ma anche il rocker Rob Zombie avrebbe potuto ottenere un risultato superiore a quello conseguito dall’autore di “La madre” (2013). Insomma, dato l’ottimo materiale di partenza, si poteva fare di più.

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