Recensione su Interstellar

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Frenata iperspaziale / 13 novembre 2014 in Interstellar

Cinque, quattro, tre, due, uno… Ok, non mi è piaciuto. Quasi per niente.
Dopo la meraviglia di Inception secondo me questa è una frenata, bella brusca.
Il filone della fantascienza poco fanta e tanto scientifica solitamente è un rischio, trovi sempre i nerd alla Sheldon Cooper (Cooper, toh!) pronti a ridere e sbuffare inorriditi in sala. Mi sembra tuttavia che Nolan studi le reazioni del pubblico piuttosto astutamente, lui è un regista del ventunesimo secolo figlio di Matrix e di tutta quella cinematografia fatta di caselle, sovrapposizioni, colpi di scena curati nel dettaglio, in cui tutto ha una sua logica anche nell’impossibile. Ciò non di meno, in questo Interstellar si ha la sensazione che le teorie della fisica siano aggirate con grazia, con inappuntabile attenzione ad una verosimiglianza circascientifica, attaccabile solo in parte e con moderazione. I nerd più nerd magari sbuffano fuori dal cinema riannodandosi la sciarpa, ma il nerd medio sorride e rimugina.
Poi ci sono quelli come me che hanno il gusto della fantascienza più fanta che scienza. Quelli che si commuovono a ripensare a Blade Runner, o che – per restare nella filmografia di Nolan – sono rimasti piacevolmente catturati dalla scomposizione di Memento e letteralmente invaghiti degli struggenti maestosi paesaggi in rovina di Inception. A questo pubblico fumettaro e romantico, questo film risulta pedante nel suo mantra scientifico, e nondimeno i problemi famigliari di McConaughey vedovo infelice con figlia intelligente un po’ ribelle gli sanno di visto, stravisto, certificato e assodato. Tra l’altro: McConaughey che dopo la straordinaria prova in True Detective torna sul pianeta terra, anzi sul terra-terra proprio.
Penultima cosa: chi ha visto Gravity non può esentarsi dal fare un paragone. Il silenzio siderale, la lotta per la sopravvivenza della coppia di protagonisti, gli spericolati attracchi tra navicelle… Anche senza voler fare insinuazioni, ma restando solo nel campo di un franco confronto tra due pellicole diverse, ritengo che se dramma personale doveva essere Cuaròn vince per k.o. tecnico al primo round.
Ultima cosa: il debito verso 2001 di Kubrick c’è e si sente, anche sotto forma di tributi e variazioni sul tema (tipo i robottini parallelepipedici che ricordano visivamente il monolite nero ma che al contrario di Hal sono fedelissimi all’uomo). La storia e il destino degli umani si confronta con l’immensità celeste, ma la sensazione di ignoto che lasciava addosso il film del ’68 trova qui invece una soluzione per l’umanità quantomeno buffa. E c’è perfino l’happy ending hollywoodiano, proprio con tutti i crismi anche se sommessamente celato e soffuso dalle “recondite armonie” di Zimmer (un po’ d’organetto qua e là non mi pare tutta sta gran cosa eh).

1 commento

  1. hartman / 13 aprile 2015

    Concordo: questo film Sheldon lo avrebbe proprio massacrato… 🙂

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