Recensione su Interstellar

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8 novembre 2014

Christopher Nolan rilancia. Dopo il denso Inception, con il quale usò l’esplorazione dell’individuo ai fini di un complesso sci-fi, si propone ora d’includere l’universo intero per assemblare un mastodontico fantascientifico. Interstellar è un film con grandi pretese, e, per come in questi anni si è fatto conoscere il regista, non poteva essere altrimenti. In un futuro non meglio collocato, il genere umano è il risultato del suo consumo scellerato: la scarsità di risorse e la precarietà del pianeta impongono alla popolazione l’ottimizzazione dei mestieri. Cooper è un ex pilota militare, ora coltivatore dell’unica pianta commestibile che ancora resiste alla “piaga”: il mais. Un giorno, uno strano fenomeno gravitazionale si manifesta nella camera della figlia Murphy. La curiosità lì porterà a scoprire che la Nasa è ancora viva, e che lavora in segreto a un piano di emigrazione interplanetario della razza umana. Cooper è il pilota adatto ad accompagnare i tre scienziati all’approdo di mondi potenzialmente vivibili. Nelle premesse di questo nuovo prodotto la scienza assume un ruolo fondante, il conseguente dibattito sulla correttezza di certe azioni o interpretazioni ha agitato la comunità di spettatori e critici, improvvisati scienziati e blogger disturbati arrivando sino a Discovery Channel, il quale ha dedicato un documentario di quaranta minuti alla scienza nel film. Va perciò detto che ad affiancare Christopher e Jonathan Nolan (sceneggiatori) sono state chiamate personalità quali Kip Thorne, fisico teorico specializzato in fisica della gravitazione e astrofisica, uno dei massimi esperti di relatività generale, che figura tra i produttori esecutivi (trascorse svariato tempo con il cast per permettere di rendere verosimile ogni passaggio lavorando con il reparto effetti speciali per aggiungere fedeltà a quegli “oggetti spaziali” che richiedevano di adeguarsi agli standard scientifici sino a oggi conosciuti); l’astronauta Marsha Ivins, dalla grande esperienza in fatto di shuttle, e siamo sicuri che altre “menti non cinematografiche” popolassero il set. Alla luce di ciò presentare perplessità sulla scientificità è lecito, ma ancora di più lo è porsi il dubbio sulle proprie conoscenze in materia. Non solo. Le scienze astronomiche a tali livelli godono di un’ampia forbice di ipotesi, e lo stesso Thorne rappresenta una piccola parte del dibattito scientifico che ancora, nonostante i vari tentativi di conciliare la meccanica quantistica con la teoria della relatività nella teoria del tutto (meglio conosciuta al momento come teoria delle superstringhe), appare lontano dal risolversi. Il mezzo cinematografico, ma ancora di più, il blockbuster cinematografico, non si ripropone di scardinare le conoscenze scientifiche, ma piuttosto di spingere sull’acceleratore delle ultime teorie, presentandole come valide nella finzione filmica. In questo Interstellar è un prodotto veramente ben congegnato: Il contributo degli scienziati non è carne da macello per gli sceneggiatori ma base solida e predominante per intraprendere il lavoro. Dati questi come punti di partenza, il regista, con sapiente mestiere, incasella il tutto. Due ore e quarantotto minuti sono tanti, e il merito di non farli pesare va qui soprattutto al montaggio che assume valore ben più decisivo della semplice scansione delle sequenze, entrando nei relativi meccanismi temporali del film, formando collegamenti d’intuitività narrativa sbalorditiva. Si gioca una partita tra spettacolarità delle immagini (effetti speciali ma soprattutto effetti visivi con l’uso di modellini), scansione del tempo (montaggio) ed empatia narrativa (sceneggiatura). Tra le trame di questo virtuoso gioco s’innesta però un fil rouge inatteso: il delicato rapporto tra un padre (Cooper) e sua figlia (Murphy). Qui si colloca il ruolo delle relazioni delle persone nel mare del rigore scientifico della missione i cui membri sono chiamati a compiere, ed è sempre in quest’ambito che si smuovono le acque della narrazione, nel tentativo metafisico di contrapporre legami spazio-temporali a legami affettivi. La lontananza è motivo di pressione (nei personaggi come nello spettatore) che vuole aggiungersi e mescolarsi alla vastità dell’universo profondo ma tutt’altro che sgombro, gestito dal sapore musicale del raffinato Hans Zimmer. Di particolare intuizione è il ruolo comico-alleggerente dell’intera pellicola affidato esclusivamente alla presenza robotica, che non assume mai valore primario, e in controtendenza è finalmente subordinata alla totale programmazione umana, arricchita semmai di quella componente psicologica che non risulta antiaderente a una logica ancora algoritmica, non caricandosi mai di significati altri. Sui minuti finali la sceneggiatura si riappropria totalmente del genere, spingendo oltre l’immaginabile e tuffandosi in zone nere, ignote e per questo strane, paradossali, opinabilmente tenaci o presuntuose. È lì, infatti, che il film scinde il senso, e il pubblico, divaricandosi tra mille incertezze e oltrepassando la verosimiglianza per un approdo totalmente filosofico. Il rigore scientifico si sfilaccia, la trama oltrepassa la soglia di prudenza e compie il passo di là dal quale ogni cosa è lecita, con il risultato di creare un’antinomia azzardata ma necessaria agli sviluppi del racconto. Secondo chi scrive, non si è trattata della scelleratezza di chi osa troppo, ma della ferma presa di posizione e raccordo (ricordo) al cinema puro, non più contaminato: fantascienza propriamente detta, nella consapevolezza, però, di non aver alzato l’asticella verso altri nuovi orizzonti.

https://rateyourmusic.com/film/interstellar/

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