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Recensione su Inside Out

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Inside Out, quando l’alchimia prevale sul senso di “nuovo” / 26 settembre 2015 in Inside Out

Descrivere l’aura di bellezza che emana questo Inside Out è una di quelle imprese che, definire “ardue”, è insufficiente. E’ innegabile che il film non balzi all’occhio certamente per novità. Tirando le somme, questo nuovo lavoro dello studio Pixar è l’ennesima storia che punta a mostrare tematiche ormai quasi abusate come la crescita, il cambiamento e la ricerca di sé stessi attraverso la persecuzione di valori sostanzialmente assoluti (dalla famiglia all’ amicizia, passando per l’amore e via dicendo).
E nemmeno l’idea di base, quella che vede il nostro cervello lavorare come un’enorme azienda organizzata, supportata da numerosi operai, supervisori e macchine di sorta. I primi richiami che mi vengono alla mente, banalmente, sono gli episodi di “Esplorando il Corpo Umano”, ma una trovata simile era stata spesso adottata in passato anche da Matt Groening per i suoi Simpson (tralasciando gli episodi in cui Homer “dialoga” letteralmente con il suo cervello, mi viene in mente uno sketch in cui la testa del popolare capofamiglia dei Simpson era composto alla stregua di un vero e proprio consiglio d’amministrazione, con tanto di tavolo enorme e dirigenti in giacca e cravatta). Di aspetto sicuramente analogo ma con intenzioni totalmente diverse, Inside Out mi ha ricordato un po’ anche la parte conclusiva del film “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso” di Woody Allen.
Ma se non sta nell’originalità, viene lecito chiedersi dove risiede tutta questa bellezza di Inside Out. La soluzione è semplice: sta nella sua forte e solida alchimia. E’ un film che spiega una tappa importante della vita attraverso l’uso di due linee narrative, quella reale e quella mentale della protagonista, Riley. Un personaggio semplice, che lentamente sta crescendo e che sta affrontando tutti i cambiamenti che la vita le sta ponendo davanti, il classico esempio del giovane (qui, della giovane) alle prese con i vari riti dell’età preadolescenziale. La Pixar confeziona un prodotto che non solo è una festa a porte aperte dove invita tutti, grandi e piccini (nemmeno questa, dopotutto, è una novità) ma soprattutto sembra essere riuscita a creare un film perfettamente abile nel toccare più corde contemporaneamente. Inside Out diverte, commuove, fa riflettere, crea addirittura nostalgia. Aggiungeteci anche che a livello estetico questo film è un belvedere, grazie ai toni accesi e colmi di colori. A livello sonoro, invece, è in grado quasi di cullare lo spettatore con le variegate composizioni di Michael Gioacchino, qui davvero ispirato e coinvolgente ad ottimi livelli.
Si dice spesso che prodotti d’animazione di questo tipo siano circondati da un’inspiegabile senso di magia, quel qualcosa che ne amplifica notevolmente la loro bellezza e che molto spesso non da spazio a spiegazioni particolarmente razionali. Inside Out ha tanti ingredienti per lasciare una traccia emotiva indelebile nello spettatore e diventare forse il simbolo della Pixar di questo nuova generazione, raccogliendo un ipotetico testimone portato in primis dal Toy Story del 1995, guarda caso dove l’autore Pete Docter aveva già messo mano.
Il tempo sicuramente saprà confermare con certezza la tangibilità di questo passaggio, ma nel frattempo l’augurio, almeno da parte mia, è onestamente d’obbligo.

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