Recensione su Incompresa

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5 giugno 2014

La “Incompresa” è Aria, un po’ come è incomprensibile il motivo che abbia spinto Asia Argento a girare questo suo terzo (e così brutto che si spera anche ultimo) lungometraggio, presentato in “Un certain regard” (ma sarebbe stato meglio non guardare) al Festival di Cannes 2014. La regista, soccorsa in alto mare dalla scrittrice Barbara Alberti, tratteggia l’odissea sentimentale di una pre-pubescente e moderna Cenerentola, mortificata da un amore assente più che fatuo, nolente e anche un po’ dolente, e alle prese con le turbe (ancor più adolescenziali delle proprie) di un nucleo familiare che fa acqua da ogni dove. Incompresa e contesa, anche se non più di tanto, da due debosciati di prim’ordine incapaci di amore verso gli altri o per se stessi: una Charlotte Gainsbourg, per l’occasione pianista “beat” e bohèmienne, tutta presa da un supposto e ben nascosto talento, e un affascinante divo, tal Gabriel Garko, insopportabilmente ignorante e in preda a costanti e calcolate tempeste ormonali che lo trascinano nell’isterismo più insofferente.

Sì, Charlotte Gainsbourg e Gabriel Garko nella stessa frase: evidentemente uno scherzo di dubbio gusto (magari la prossima volta proveremo a mettere insieme Meryl Streep e Lino Banfi). Così come le dichiarazioni di Asia Argento sul proprio operato, a sua detta un “Bildungsroman” alla rovescia costruito sulle strutture drammaturgiche alla Ingmar Bergman, con addirittura influenze che derivano da “I quattrocento colpi” di François Truffaut e il rapporto di Antoine Doinel con la Parigi di fine anni ’50: un tentativo di elevazione alquanto raffazzonato e presuntuoso. L’infanzia è quindi il delicato tema preso in esame, nel quale la regista riversa tutti i suoi ricordi più assordanti e violenti, soprattutto a livello verbale: gli scambi di battute, soprattutto quelli dello schizofrenico mondo adulto, sono talmente banali da rendersi volgarmente fuori luogo, in un prosaico gioco di vacuità orale il cui unico guizzo è il momento in cui Gabriel Garko si fa dare del “cane”, forse concedendosi una dose di autoironia da attorone televisivo.

I personaggi mal recitati sono delle mere macchiette e non rientrano neanche nello stereotipo impudente, che a volte può risultare d’intrattenimento, ma che in questo caso presenta invece un biglietto di sola andata verso la noia suprema: nemmeno il fascino eterno della sala cinematografica può salvare il malcapitato spettatore al cospetto della più misera e scialba farsa sull’infanzia infelice. La pallida insignificanza regna sovrana sulla pellicola, dai lati goliardici agli aspetti più tecnici, che comprendono un gravame di elementi visivi kitsch e vintage (non sia mai osare l’oltraggioso per creare un minimo elemento di sorpresa). Spunti interessanti si rilevano qui e lì a sprazzi: i capelli di Gabriel Garko sapientemente acconciati alla Ken di Barbie, così come l’impermeabile indossato con essenziale eleganza, il cammeo di Gianmarco Tognazzi nel ruolo dell’uomo di mezza età ricco e viscido; e il gatto nero che, perfettamente a suo agio nella parte, ottempera la propria funzione (insieme alla succitata sacca a strisce) meglio di qualsiasi altro interprete di questa insensata “captatio benevolentiae”, con la quale Asia Argento si impegna a scimmiottare l’“Incompreso” di Luigi Comencini in chiave femminile; con risultati diversi e, a rigor di termini, imbarazzanti.

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