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Recensione su Il seme della follia

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All’inferno…senza ritorno. / 20 agosto 2014 in Il seme della follia

La realtà altro non è che inchiostro gettato su delle bianche pagine di un libro, è lì che si creano le cose, è lì il fulcro, il motore che spinge John Carpenter a narrare una vicenda così estremamente pessimistica, maligna ed estrema come “In the mouth of madness”. L’autorialità che diviene più forte della pseudo realtà, l’autorialità di un narratore radicale quale è Carpenter contrapposta a quella di un probabile ed ancora più estremo autore e ‘alterego’, Sutter Cane, lo scrittore maledetto e fenomeno di massa al centro della vicenda. La cupezza di fondo, la sinistra aurea dannata e la negatività di tutti i personaggi a cominciare proprio dal protagonista John Trent, impersonato da un sempre affidabile Sam Neil, altro non sono che delle pedine per mostrare allo spettatore l’inferno, il male, il mondo in cui viviamo, ormai totalmente dipendente dal successo, dai soldi e dalle figure che generano contante, come è, per l’appunto, Sutter Cane con i suoi milioni di libri venduti. Tutto si svolge in un puzzle esagerato, nel quale quasi mai si capisce cosa è reale, cosa non lo è o cosa è scritto, il protagonista John non comprende, non vuole, rfiuta ciò che vede, razionalizza, forse anche un pò per deformazione professionale, essendo un investigatore assicurativo alquanto cinico e risoluto, personaggio hce fino alla fine, tenterà una via d’uscita plausibile e “logica”, che non troverà mai, più. Il plot è quanto di più semplice ci possa essere, John Trent viene incaricato di ritrovare lo scrittore Sutter Cane, il quale sembra essere scomparso nel nulla e con ancora un libro, l’ultimo, da consegnare alla casa editrice, affamata di un altro best seller. Trent per farsi un’idea dello scrittore e del fanatico mondo cucito intorno al suo mito, tenta di avvicinarsi alla sua scrittura, acquistandone alcuni libri che pian piano inizieranno ad avere, suo malgrado, una strana influenza anche su di lui. In qualche modo egli crede di essere venuto a capo della situazione, indicando come posto della fuga una strana e fantomatica cittadina chiamata Hobb’s End e si recherà lì con la segretaria della casa editrice, convinto di essere al centro di una ben congeniata manovra pubblcitaria. Per lui, come per tutta l’umanità sarà un vaggio all’inferno senza ritorno.

Il film è in qualche modo un abilissimo gioco di specchi, ma è anche una feroce presa di coscenza sul declino morale del mondo, sempre più sbandato e privo di punti di riferimento, in preda a fenomeni di culto ed isteria collettiva dettata dal consumismo, ma il tutto è narrato da Carpenter, maestro dell’inquietudine, con un’abilità disarmante e diretta, condita dalla sua solita e ben riconoscibile morale apocalittica, quasi come se volesse comunicarci che per salvare questo pazzo mondo fuori controllo fosse necessario distruggerlo, raderlo al suolo, massacrarlo dall’interno per mano di noi stessi e del nostro sempre crescente fanatismo votato al consumo. Il labirintico stato in cui si ritrova Trent non è altro che lo smarrimento di noi tutti, lo smarrimento dinanzi ad un mondo nuovo che noi stessi abbiamo contribuito a peggiorare. Insomma la poetica carpenteriana è ben radicata e radicale e tale estremismo è sicuramente la croce e delizia del suo cinema, troppo politico e con una visione cinematografica troppo ampia per poter giungere a tutti. Ad ogni modo “In the mouth of madness” è un’opera notevole, il suo ultimo lavoro che, più o meno, è riuscito a mettere d’accordo tutti, sia per l’estetica che per una strabiliante regia che trova il suo culmine in uno dei finali più ironici, inquietanti e cinematogaficamente spettacolari degli ultimi tempi.
John Carpenter, concediamoglielo, è forse uno degli ultimi registi horror a credere sul serio nel cinema, nel bel cinema e nel cinema di genere, fatto con le mani e l’inventiva.

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