Recensione su Oltre la notte

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Oltre la cultura della morte / 22 Marzo 2018 in Oltre la notte

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Vorrei soffermarmi su due aspetti che mi hanno colpito riflettendo su quest’opera.
L’assoluzione dei due neonazisti è funzionale allo snodo narrativo del film poiché indirizza verso la vendetta, tema inesauribile della storia umana. Inoltre è una grossa sollecitazione emotiva nei confronti dello spettatore per rinsaldare il suo legame con la parte “giusta”, con cui pure io mi identifico. In fondo noi spettatori abbiamo visto tutto, sappiamo quale sia la verità della vicenda. Quindi siamo portati a reagire e a pensare la Giustizia come un’entità ottusa, quasi disumana. In realtà l’autore sembra dirci: attenzione, la Giustizia, in un paese civile, non può essere esercitata in modo emotivo, gli inputati devono essere sempre condannati con prove che vadano oltre ogni ragionevole dubbio. Fossero anche gli inputati persone spregevoli, come quelle qui mostrate (la gioia esibita dalla donna nazi è volutamente portata sopra le righe in modo da raggiungere l’oscenità). Il Nazismo non si combatte chiedendo alla Giustizia azioni che non le competono, ma su ben altri piani e qui l’autore non ci lascia senza risposte e lo fa grazie alla figura del padre-testimone. Una brava persona che non è riuscito ad andare fino in fondo alla sua opposizione. E’ fantastico quasi inverosimile nella sua sincerità. Dice “Io sapevo”, sottintendo “Io sapevo, ma non ho fatto niente”. In un Europa in cui soffiano fortissimi venti populisti questo mi sembra un messaggio di grande portata civile. (non so se queste fossero le intenzioni di Akin, ma le vere opere d’arte aprono sempre a disparate interpretazioni).
Chi vedrà questo film sarà facilmente persuaso che non siamo in presenza della classica narrazione della vendetta, quella di Hollywood, per esempio. La vendetta non può sanare il dolore, né tantomeno fare giustizia. Questo è banale. In realtà assistiamo alla provocazione di una persona già morta, consapevole che il suo mondo è finito. Sa benissimo che non otterrà nulla. La vendetta suicida sembra un ponte che unifica i morti vittime e i morti portatori della cultura della Morte. Non possiamo trarne conclusioni confortanti. Aggrappiamoci nel simbolo del cielo finale.
Fatih Akin non mi delude mai, anche se i cinefili potranno trovare imperfette le sue opere: per me sono sempre potenti macchine narrative che alimentano il pensiero.

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