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In the Electric Mist - L'occhio del ciclone

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26 Gennaio 2013 in In the Electric Mist - L'occhio del ciclone

Ho deciso di guardarlo per due motivi: la presenza di Tommy Lee e l’ambientazione “sudista” contemporanea.
Nonostante la solita, piacevole, rocciosa interpretazione di Jones (ancora una volta, è uno sceriffo al crepuscolo che non comprende la deriva morale dei tempi) ed un cast di tutto rispetto, il film inciampa, arranca, evoca ma disattende, si ingarbuglia, tenta di essere morboso, ma non affascina. La fotografia è quella di una normale fiction televisiva. Il disvelamento finale è zoppicante ed incerto.
Bocciato.

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7 Giugno 2011 in In the Electric Mist - L'occhio del ciclone

Premetto di non aver mai letto un libro di James Lee Burke, per cui non ho modo di effettuare un confronto tra opera cinematografica e testo letterario. E non ho mai visto neppure un film di Bernard Tavernier, di cui ho solo visto la filmografia su ImdB.
Ho scelto di vedere “In the electric mist” solo in forza dell’attore principale, un Tommy Lee Jones con la faccia da duro che raramente mi delude. Questo film di fatto non è recentissimo (è del 2009) ma come al solito e come tanti altri (vedi “Blindness”..che tralatro è un ossimoro ;-)) in Italia è arrivato tardi.
Sicuramente la fotografia e la scenografia sono ben curate. Vedute ingiallite di paludi e vecchie case diroccate abbandonate in mezzo ai prati ed alla vegetazione palustre. Il paesaggio del sud è ben rappresentato ed i protagonisti che si muovono al suo interno sono abbastanza delineati. La storia scricchiola in alcuni passaggi e può sembrare macchinosa, ma la resa del film, grazie soprattutto al suo perfetto protagonista non è deludente.

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Il mio nome è Robicheaux, Dave Robicheaux. / 23 Aprile 2011 in In the Electric Mist - L'occhio del ciclone

Trasposizione tutto sommato corretta di uno dei romanzi (il 6° salvo errore) di James Lee Burke della serie incentrata sul detective Dave Robicheaux, “L’occhio del ciclone” si avvale dei punti di forza delle opere del celebre autore texano.

In primo luogo l’ambientazione, intesa come “location” in un territorio (le paludi della Louisiana a sud ovest di New Orleans) di estrema suggestione visiva con tramonti dai colori sbalorditivi, vegetazione lussureggiante di mangrovie e altre piante autoctone che Burke descrive con evidente piacere estetico a sfondo delle sue storie e che Bruno de Keyzer abituale direttore della fotografia di Tavernier, illustra da par suo.
Ma l’ambientazione particolare delle opere di Burke è anche quella dell’umanità che si agita sulla scena, un melting pot nel quale alle tradizionali tipologie di bianchi, neri, mulatti e chicanos si aggiungono quelle dei cajun e dei bianchi discendenti dei sudisti proprietari terrieri delle piantagioni di cotone e altro. Soprattutto gli anziani (bianchi o di colore) sono ancora depositari dei ricordi di un mondo violento cui, nelle storie di Burke, vanno fatti risalire gran parte dei fatti di sangue non solo del passato ma anche del presente.

Soprattutto da questo punto di vista il valore aggiunto dalla regia di Tavernier è francamente scarso e, pur giovandosi dell’interpretazione di Tommy Lee Jones, un Robicheaux ben azzeccato, la resa complessiva non è molto superiore all’unico altro film tratto da Burke che io ricordi, Omicidio a New Orleans (Heaven’s prisoners) diretto da Phil Joanou con Robicheaux incarnato da un Alec Baldwin giovane (inadeguato al ruolo). D’altra parte occorre prendere atto che Tavernier ci ha dato le sue cose migliori negli anni ’80 (Colpo di spugna, Una domenica in campagna, Round Midnight, La vita e niente altro) e che direi almeno dal 1993 (L.627) ha cessato di essere un punto di riferimento anche all’interno del cinema d’oltralpe.

Non gli va comunque addebitata la trama poliziesca del film un po’ stiracchiata e pretestuosa perché, come si accennava, l’originalità dell’intreccio non è un elemento che sembra stare molto a cuore a James Lee Burke, più a caccia di atmosfere che di thrilling.

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