Recensione su In Good Company

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1 Maggio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Una, non veramente originale ma non è questa una colpa capitale, storia di contrapposizione intergenerazionale all’interno del posto di lavoro. Il placido e mansueto Dan ha una bella famiglia e lavora in questa (apparentemente inutile) rivista americana di sport, che viene comprata da una multinazionale. Capeggiata da un tipo matto, che è Malcolm McDowell, in un ruolo secondario ma non mi pare così tanto da non metterlo nemmeno nei titoli di coda. E sto tipo matto gira il mondo dicendo “sinergiasinergia” a tutti. Ha una schiera di sottoposti giovani e molto yuppies, che vogliono spaccare il mondo. Uno di questi, Carter, che ha la metà degli anni di Dan ed è l’attore beloved da A. pischella, viene messo al posto di Dan. Inevitabili scontri, nuovo/vecchio, esperienza/freschezza, ecc. Ma si aggiunge la sottotrama romantica, perché Carter è un fottuto workaholic, e giustamente lo lascia la moglie e lui disperato si appiccica a Dan, e scopre che è babbo di Scarlett Johansson, e (di nuovo) giustamente gli parte l’ormone e si innamora. Vorrei vedere te. E insomma, il resto te lo puoi immaginare. C’è di triste che Scarlett non si spoglia, e soprattutto gliela da ma poi se la riprende. Buoni sentimenti, globalizzazione cattiva, serve l’esperienza, coltivare le relazioni umane vs sfrondare le risorse umane, il cerchio si chiude e tutto torna come prima, con Carter che corre sulla spiaggia disoccupato e single e ciula, però ha capito che la vita non è solo lavoro.
Considerato che il regista è lo stesso colpevole di American Pie, i passi avanti sono da gigante. Di questo passo prima o poi leggerà un intero libro; e lo capirà! In questo caso il film è un piacevole e innocuo quant’altri mai; però cacchio, ne ha da fare ancora prima che io riesca a perdonargli American Pie :/

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