Recensione su In Bruges - La coscienza dell'assassino

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5 Dicembre 2013

Martin McDonagh è un miracolo del cinema contemporaneo: non ricordo un’entrata in scena così significativa come la sua. Dopo aver creato quel gioiellino di corto intitolato “Six shooter”, con il quale si è aggiudicato l’Oscar, McDonagh, stimato commediografo (il teatro forma), esordisce sul grande schermo con un’opera che è un capolavoro di scrittura. Un grottesco fine, intelligente e spassosamente amaro si amalgama mirabilmente con il thriller e la commedia, creando una commistione di generi che è uno stimolante lavoro narrativo. “Ma a McDonagh riesce un’impresa quasi impossibile: realizzare un film con pochissima azione senza perdere di tensione per un attimo” (da: My Movies), non perdendosi mai in un rischioso manierismo, e scavando così profondamente nei personaggi da renderli magnetici. E poi c’è Bruges, o meglio, prima di tutto c’è lei: Bruges. Ha le fattezze di un sogno, un ricordo medievale che pervade ogni frame del video, una culla che è cifra stilistica, carattere e anima allo stesso tempo. C’è tutto in questo romanzo di rara virtù. Dello stesso Martin McDonagh (voglio nominarlo ancora) la sceneggiatura, il soggetto e una regia rara, ferma, rispettosa dello script, derivante dall’esperienza teatrale, cosciente che l’eccesso nasconde. Entusiasmante. Farrel ardimentoso.

1 commento

  1. paolodelventosoest / 6 Dicembre 2015

    Sì, un gran bel Farrel a cui il ruolo del bruto demente calza a pennello (vedi l’assassino russo in The Way Back di Peter Weir). Molto efficace anche Fiennes. McDonagh è un alternate take di Guy Ritchie, un tipo più nero e meno scoppiettante di pulp comedy

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