Recensione su In arte Nino

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Bravo Elio Germano / 24 Marzo 2021 in In arte Nino

La confezione di In arte Nino è tipicamente Rai: pulitissima, ordinata, lineare. Può piacere.
Per quel che mi riguarda, di solito, non è di mio gradimento, perché ha un sapore troppo artificioso e mi sembra che tanto rigore formale, inteso a catturare incondizionatamente le simpatie del pubblico di fascia anagrafica alta con l’obiettivo di trainare i più giovani, appiattisca ogni cosa.

Di solito, dal mio punto di vista, a salvare la baracca (e a spingermi a vedere questi biopic su importanti personaggi della cultura italiana), c’è il cast.
In questo caso, Elio Germano è un Nino Manfredi davvero riuscito. Fisicamente, i due attori non si somigliano granché, ma Germano ha colto molto efficacemente la riconoscibilissima mimica facciale e corporale di Manfredi e, in molti frangenti, lo ricorda in maniera proprio emozionante.

Non so se le cose siano andate proprio così come viene mostrato nel film tv di Luca Manfredi (figlio di Nino), ma, in vari momenti, sono stati inseriti “indizi” a film e lavori che Manfredi avrebbe realizzato in seguito (nei titoli di coda, ovviamente, si chiarisce che, pur basandosi su eventi reali, alcuni snodi narrativi sono stati adattati).
Chissà quante di queste briciole di pane ci sono, nel film. Io ho creduto di coglierne solo alcune:
– la gallina: Vedo nudo;
– la guarigione dalla tubercolosi: Per grazia ricevuta;
– i pensieri a voce alta: C’eravamo tanto amati;
– i muratori in casa e la moglie affaccendata con i bambini piccoli: Il padre di famiglia;
– la parlata veneziana di Arlecchino: Venezia, la luna e tu;
– il fazzoletto in testa con le cocchette, dopo il bagno nella fontana (ma questa è una -mia- forzatura): Camping e (indossato da Volonté) A cavallo della tigre.

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