Recensione su Il villaggio di cartone

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26 Febbraio 2012

Cosa ci faceva Olmi fuori concorso a Venezia ? Con tutto il rispetto per “Terraferma” di Crialese e per “Quando la notte” della Comencini (che devo vedere a breve) questo film di Olmi, sinteticamente efficace, avrebbe meritato di prender parte alla selezione dei film in gara per il Leone.
Difficile parlare di religione, di Chiesa e di Dio senza cadere nel futile (vedi “Habemus Papam” di Moretti) ed altrettanto difficile integrare il tema dell’immigrazione in un discorso che punti il dito sulla Chiesa.
Ma il modo di fare cinema di Olmi non spreca l’opportunità.
Questo è un film in cui si vuol parlare di dubbio nella fede, di Bene come valore supremo, di integrazione e di solidarietà. Il prete (un Michael Lonsdale che già in “Uomini di Dio” aveva dato prova di esser a suo agio nelle vesti di uomo di chiesa) che apre le porte della sua ormai ex chiesa agli immigrati è un uomo alla fine del suo cammino, un uomo che ha avuto i suoi momenti di sconforto e di debolezza ma che sa riconoscere che il Bene è più importante della Fede ed è difficile da operare. La comunità che si accampa nella vecchia chiesa presenta una forte eterogeneità ed ha nell’ingegnere il suo leader, colui che si cura di tutti, che ha il ruolo che ci si aspetterebbe dal parroco. Olmi sottolinea la capacità della comunità di immigrati di farcela da soli, senza il nostro intervento , delinea le personalità dei principali protagonisti (in negativo e in positivo) e chiarisce come sia proprio la loro presenza a ridare spirito alla Chiesa abbandonata da i fedeli.
In meno di un’ora e mezza questo film dice molto e lo fa con eleganza ed intelligenza, sostenuto dall’abile mano di un regista attento alle sfumature e simbolico nel suo modo di girare.
Un vero peccato che non abbia potuto dire la sua a Cannes o a Venezia. Avrebbe riscosso molto più degli altri film italiani in concorso.

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