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Recensione su Il vento fa il suo giro

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“e tutte le cose prima o poi ritornano” / 30 gennaio 2013 in Il vento fa il suo giro

Qui si è di fronte ad un’opera rara: succede che in un lasso di tempo di 100 minuti, giù di lì, sullo schermo scorrano con nonchalance tutta una serie di temi socio-culturali per i quali la definizione di “film antropologico” è forse quella che più si presta a inquadrare la pellicola.
Non c’è nulla di serioso né didascalico nell’approccio del regista, sia chiaro: si tratta di una storia semplice narrata in modo essenziale, autentico (a un certo punto sembra davvero di trovarsi lì nelle valli, tra facce rugose e puzza di capre). La confezione quindi è scarna: nessun fronzolo, nessuna trovata estetica di cui compiacersi, solo la vicenda e i personaggi (come a dire “ehi, al cinema esistono ancora i contenuti, eccoci, yu-hu!”). Tra l’altro il senso di realismo è dato anche dal fatto che per buona metà del tempo si parli in occitano, dimenticavo.
Ma insomma, di cosa parla questo film? Parla di cos’è una comunità, di cosa la fonda e cosa la tiene in vita, parla di identità culturali e di come si vadano evolvendo nel tempo, parla dell’uomo e di come interagisca con i suoi simili, di come si ponga rispetto ad un estraneo, parla di socialità, di chiusura, di inclusione, accettazione, e via discorrendo. Poi gli squarci di vita rurale sono molto belli. Se vi piacciono: la natura, le montagne, i contadini, heidi, se siete attratti da stili di vita lontani anni luce da quelli cittadini, è il film per voi, vi colpirà.

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