Recensione su Il sospetto

/ 20128.0330 voti

31 Dicembre 2012

Non dice molto di più sul tema di quanto non sia già stato detto. Lo dice però abbastanza bene. Lo schema fondamentale è l’inclusione/esclusione e il tema amato da Lang della moltiplicazione geometrica della violenza portata dal gruppo, dalla comunità, dalla folla. Il disagio nel vedere il film è dato dalla completa consapevolezza da parte di chi guarda che siamo di fronte ad una ingiustizia.
La potenza del film è innescare il movimento di esclusione su un tema molto spinoso, associarsi alle parole di un bambino è una cosa che facciamo immediatamente soprattutto riguardo dell’abuso sessuale, il giudizio è immediato, lo schieramento pure, difficile mantenere l’oggettività in questa materia, dare il tempo del chiarimento e della difesa.
Quindi Lucas subisce una esclusione dalla comunità con cui condivideva dei riti saldissimi di appartenza (caccia, bagno autunnale, bevute etc), il film si chiude con gli stessi riti che verranno tramandati ancora una volta al figlio, nulla di quello che è avvenuto mette in crisi questo sistema identitario. Ma tutto il film insinua una crepa invece in questo gioco che si rivela vuoto. Il senso è semmai questo: la scuola, la famiglia, le relazioni si frantumano, si riconmpongono e non riescono a cambiare anche specchiandosi nel proprio nulla.
Il meccanismo con cui vi si arriva è sicuramente scontato, ma è scontato, purtroppo, il modo con cui ci comportiamo normalmente. La misoginia è dilagante, tutte le figure femminili (a parte il cane, vero agnello sacrificale femmina ma non soggetto culrurale) sono senza dubbio negative, eppure la forza della violenza è nelle mani dei maschi, sono loro, il gruppo iniziale che li lega in quanto maschi, che si confrontano e si scontrano.
Forse il film non ha il tempo di approfondire il nesso fra comunità è individuo: può un individuo vivere non integrato in una comunità? Può un individuo avere patente sociale o identità semplice senza l’appartennza a un gruppo? Siamo così socializzati che il rito della frequentazione di certi luoghi pubblici ci caratterizza, ci rende leggibili e dunque anche ci costruisce come persone. Ma riesce comunque a minare alla base i punti cardine di quelli che Vinterberg individua come salienti della sua società. Aiutato da quegli ambienti nordici poi fotografa in maniera claustrofobrica il senso dell’esclusione soprattutto giocando con le soglie delle porte (sono tantissime le scene riprese sulla soglia di una porta, dalla prima porta aperta del bimbo in bagno fino all’ultima di Klara che deve superarla) che sono il limite dell’accoglimento.
Mikkelsen è bravissimo, un Giobbe (le mele di adamo?) che mai dichiara la sua innocenza, un uomo che non vuole difesa sapendo che non c’è colpa.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext