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Recensione su Il sole negli occhi

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Memorie di una domestica. / 17 luglio 2014 in Il sole negli occhi

Il film d’esordio alla regia di Pietrangeli è dedicato, neanche a dirlo, ad una figura femminile, la domestica Celestina, prototipo ante litteram dell’aspirante attrice Adriana di Io la conoscevo bene: entrambe le ragazze arrivano a Roma dal paesino; entrambe -gioco forza- devono adattarsi ad un ambiente sconosciuto, spesso ostile; entrambe, assai carine, devono tenere a bada i mosconi che le accerchiano. Una grossa differenza tra le due è rappresentata dalla messa in scena della loro vicenda: mentre di Adriana vediamo il definitivo “adattamento” alla vita in città, con tutti i compromessi correlati, di Celestina vediamo l’arrivo e tutte le difficoltà legate alla scoperta di un universo sconosciuto. Anche le premesse sono diverse, perché una abbandona casa e famiglia alla ricerca di “un posto nel mondo”, mentre l’altra viene messa quasi a forza su un pullman perché nessuno può badare a lei.

Ecco che, quindi, l’abbondante prima metà del film è quasi un racconto di costume, una specie di documentario un po’ macchiettistico sull’esperienza delle “serve” del secondo Dopoguerra, con episodi legati al rapporto con le padrone di casa, con i maschi profittatori, con le uscite domenicali, con le agenzie di collocamento.
Nel primo condominio in cui lavora Celestina, quasi ogni famiglia residente ha una domestica e Pietrangeli ricorre all’espediente che sarebbe diventato una costante della commedia all’italiana libera dai lacci della reprimenda fascista, ovvero l’uso degli accenti e della caratterizzazioni regionali: così, ci sono una ragazza veneta, una emiliana, e così via, caratterizzate da doppiaggi in post-produzione un po’ discutibili ma utili all’uso. Altrettanto sapido è l’uso del regionalismo legato alla parentesi “sicula” della protagonista, benvoluta dai suoi anziani datori di lavoro emigrati a Roma da anni, costretta a lasciare il lavoro dai loro avidi parenti e concupita da un loro conterraneo che, dietro la parvenza della buona creanza, cova progetti ben poco limpidi.
Da manuale, la caratterizzazione della padrona di casa romana, moglie di un commerciante, che, nel tentativo di parlare un italiano corretto, casca in comici svarioni di sintassi.
Sul finale, lo scivolone melodrammatico è un po’ eccessivo, così come all’inizio, pur simpatico, la mano pare troppo calcata sulla inadeguatezza di Celestina al nuovo ambiente.

Pietrangeli si dimostra, qui, decisamente promettente, foriero di interessanti evoluzioni, come i suoi successivi lavori avrebbero dimostrato.
Irene Galter, nei panni della protagonista, è decisamente in parte. Non so se Ferzetti, qui, mi sia risultato insopportabile solo per via del personaggio interpretato, fatto sta che il doppiaggio del grande Gualtiero De Angelis (storica voce di Cary Grant e James Stewart) in versione borgatara non mi ha aiutata a farmelo piacere.
Paolo Stoppa ha un ruolo minuscolo e quasi nessuna battuta, ma se la cava egregiamente con un gran gioco di mimica facciale.

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