Recensione su Il silenzio sul mare

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Il valore del silenzio. / 26 marzo 2014 in Il silenzio sul mare

La staticità delle inquadrature e la precisione misurata dei gesti sono una costante della produzione di Kitano che attinge a piene mani dalla tradizione teatrale giapponese e dalle origini del cinema nipponico.
In questo lungometraggio, la pressoché totale assenza di dialoghi, legata all’handicap dei due protagonisti, è fondante e sostanziale e fa parte di detto sostrato culturale: le poche tracce parlate hanno funzione esplicativa, non propriamente narrativa, sostituiscono ciò che, nel cinema muto giapponese della prima metà del Novecento, veniva assolto dal benshi, la voce narrante che raccontava letteralmente le immagini, in quanto prive di sonoro.
I benshi richiedevano immagini quasi fisse: l’eccessivo movimento della macchina da presa li disturbava, non gli consentiva di seguire attentamente il filo del racconto, ed essi facevano esplicita richiesta alle case di produzione affinché le scene fossero poco dinamiche.

Un pretesto tecnico diventa per Kitano, quindi, un dettaglio di non poco conto.
La delicatezza e l’originalità con cui egli ha deciso di affrontare il tema della diversità sono decisamente toccanti ed esse vengono accentuate dalla discreta presenza di rari inserti comici (i due amici tontoloni, il vetro rotto, il collega che fa ripartire il camion senza preavviso, ecc.).
I minuti finali del lungometraggio sanno straziare il cuore ed il tema composto da Hisaishi aggiunge il carico a coppe.

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