Recensione su Il signor Diavolo

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Il giallo all’italiana è morto? / 21 Marzo 2020 in Il signor Diavolo

Sono rimasto davvero entusiasta quando ho scoperto che Pupi Avati avrebbe realizzato questo film, non perché ami particolarmente la sua firma, né tantomeno per la nostalgia degli antichi splendori del giallo all’italiana, ma perché vorrei vedere più spesso il nostro cinema cimentarsi in questi generi (nell’ambito dei quali ha fatto anche scuola, talvolta). Sottolineo che non saprei bene come definire il mio rapporto con i film di Avati, proprio perché non riuscirei a definire i suoi film. Posso dire che complessivamente sono molto piacevoli da guardare, ma alla fine mi lasciano sempre con una certa insoddisfazione, con un “però”. Premetto quindi che, probabilmente per un mio limite, riesco ad apprezzare i suoi lavori, ma mai appieno, e quest’ultimo film non fa eccezione.

Avati ci fa (ri)vivere una storia di cupezza e mistero con un film dall’ambientazione e dalle dinamiche che ricordano molto il suo cult passato alla storia, “La casa dalle finestre che ridono”. In effetti i parallelismi riscontrabili sono tanti, a partire dal fatto che anche stavolta Avati ci mostra la realtà di una piccola comunità di paese. In questa Italia degli anni ’50, Paese di chiesa e superstizioni, la religione gioca un ruolo prominente, non solo a livello locale. Furio Momenté, al servizio del Ministero di Grazia e Giustizia, viene inviato nella provincia veneta con l’incarico di far luce su una questione che minaccia i favori della Democrazia Cristiana. A Lio Piccolo, infatti, il quattordicenne Carlo sarebbe stato plagiato da un sacrestano e una suora, arrivando a uccidere un suo coetaneo, Emilio, quel che secondo loro sarebbe l’incarnazione del male.

La storia è interessantissima, ricca di ottime idee e forte di un clima gotico e tetro quanto basta, impreziosito dalla desaturazione di colori. Però c’è quel “però” che ho menzionato. A tratti ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a una fiction. L’atmosfera è tanto agghiacciante quanto casereccia e la recitazione, a mio dire, non è delle migliori, senza considerare che ho dovuto ricorrere all’ausilio dei sottotitoli perché non capivo nulla (e non è la prima volta che mi capita con Avati). Mi sembra ci sia un po’ di frettolosità nello sviluppo della trama ed è un peccato, perché potenzialmente sarebbe riuscito a tenere alta l’attenzione anche concedendosi una durata maggiore.

Come ho già affermato in passato parlando di un film di Argento, penso che lo stile di questi maestri del passato si adatti poco ai nuovi tempi e sebbene i tentativi di rimettere in scena il giallo all’italiana siano apprezzabili, non sono riuscitissimi. Quel che mi chiedo, di conseguenza, è: ci sono possibilità di ritorno a questo genere per il cinema italiano? Forse, ma abbiamo bisogno di innovazioni.

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