Recensione su Il seme dell'uomo

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Demoni della modernità. / 15 Giugno 2012 in Il seme dell'uomo

Londra brucia, con in sottofondo il Va Pensiero verdiano, visto su una tv in una casa abbandonata, da due ragazzi scampati all’apocalisse. Questa, una delle tante sequenze simbolo di Il seme dell’uomo, esperimento riuscitissimo di Marco Ferreri, il più controcorrente dei registi italiani nella storia, di sfociare nei territori ‘tabù’ per il tempo, della fantascienza e affrontando in un certo senso anche il sesso. La fine del mondo raccontata da Ferreri, non avviene gradualmente, ma è uno scoppio pieno ad un certo punto del viaggio per le vacanze di una coppia di ragazzi, costretti ad arrangiarsi occupando una casa abbandonata, consapevoli di essere tra i pochi reduci dall’epidemia che sta spazzando via la razza umana. Non sono i soli, però. Infatti riceveranno la visita di un gruppo di persone che li inviterà alla procreazione, per preservare l’identità di una nuova generazione che dovrebbe ripopolare il mondo, e soprattutto di una donna, che si innamora del maschio della coppia e cerca di uccidere la femmina, una meravigliosa Anne Wiazemsky, non riuscendoci, anzi, pagando il suo tentativo con la morte, per mano proprio della donna che avrebbe voluto uccidere. Ferreri magnifico, in forma perfetta, che introduce nel cinema italiano di quei tempi alcune significative novità: per prima cosa, il catastrofismo, non solo a livello fisico o ambientale, soprattutto a livello mentale; l’uso demonizzante della pubblicità e dei mezzi di informazione(un dirigibile della pepsi cola, desta l’attenzione dei due, ma non può prenderli in salvo); e soprattutto, la novità significativa, è Ferreri stesso. L’autore gioca ad evocarsi come un fantasma, nella barba del protagonista, identica alla sua; regalandosi un cameo e una serie di apparizioni fugaci sotto diverse forme(tra cui quella di un ritratto). Rispetto alla tradizione del cinema italico dei tempi, Ferreri realizza uno scarto abbastanza significativo: mentre siamo nel bel mezzo della gloriosa commedia all’italiana, quella vera, il regista meneghino compie un atto di accusa contro il capitalismo in tutte le sue forme, ignorando completamente l’influsso delle masse e concentrandosi unicamente sul valore cinematografico dell’opera. Oltre all’aspetto della fine di tutto, interessante nell’opera di Ferreri è il menage à trois che si viene a creare tra Marco Margine, Anne Wiazemsky e Annie Girardot, che si concluderà in una maniera abbastanza diversa da ogni altro genere di film del periodo. E anche questa è una novità: per la prima volta viene introdotto il concetto del cannibalismo, con Margine ingannato e costretto a mangiare i resti della Girardot. Siamo di fronte ad uno dei migliori lavori di un Ferreri lucidissimo che dà sfogo al suo pessimismo, che esploderà nel finale, cupo e tristissimo. Nonostante la situazione deprimenti e terrificante dell’apocalisse, Ferreri delinea due tipi di personaggi: Margine, abbastanza tranquillo e quasi ‘onorato’ che da lui dipenda il futuro del mondo; e la Wiazemsky, più timorosa e insicura. Alla fine nessuno dei due avrà la meglio, perchè, con un colpo di genio finale, Marco Ferreri(tra i più sottovalutati registi nostrani), riesce a capovolgere la situazione: l’uomo non è padrone di niente, nonostante i mezzi del capitalismo e la futuribilità lo credano. La razza umana non è destinata a durare.

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