?>Recensione | Il rifugio | della fragilità della vita

Recensione su Il rifugio

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della fragilità della vita / 1 marzo 2011 in Il rifugio

Consiglio vivamente il film, delicato, evocativo, concreto quando serve, forte nei temi trattati pudicamente, ma, anche, genuinamente sfacciato.
Spoiler
Il film si apre su una parigi tremolante alle luci della notte, la vicenda è introdotta da una figura in nero che condurrà alla morte un individuo, il film si chiude con una figura in nero, stesso berretto calato sulla testa, che andrà ad accoglliere una nuova vita, la figlia del defunto.
In mezzo c’è il piccolo frammento della coppia che si droga, della elegante premonizione della morte, della scoperta dell’attesa del bambino, della breve conoscenza della famiglia di lui, spaccata, alto borghese, piena di astii, del soggiorno di lei, Mousse, e del fratello di lui, Paul, in una casa in mezzo alla natura.
Film delicato che parla della paternità e della maternità, di come gli incroci fra biologia e affetto siano poco prevedibili: il defunto è il figlio biologico, Paul è l’adottivo, è quindi quest’ultimo che si prenderà cura della bimba perchè il padre bilogico non potrà farlo (Paul avrà i capelli corti come il fratello nel momento in cui si prenderà cura della bimba) e sarà attraverso la conoscenza della madre (attraverso un amplesso che, per quanto avvenuto in stato avanzato della gravidanza, è una metafora del concepimento) e la confidenza con il suo pancione scalciante.
Ma è anche un film che parla della difficoltà di essere madre: già la matriarca è una mamma sui generis, per quanto addolorata è fredda comunque alla morte del figlio biologico, ma ha sofferto l’impossibilità di procreare di nuovo, fino ad adottare un nuovo bimbo; Mousse sembra una donna divisa, spesso inquadrata allo specchio, a volte duplicata in esso, attraversa il lutto, la gravidanza, la difficoltà di ricostruirsi. Bello il film perchè infonde speranza e gioia, perchè rompendo gli schemi classici dei rapporti disengna un futuro possibile e migliore: Paul sarà probabilmente un padre migliore del suo che piangeva all’inizio il figlio in quanto figlio biologico ponendo un distunguo con l’adottato, ma sarà forse anche genitore migliore della propria madre..
Nel mezzo l’assenza, tema caro a Ozon, la vita e le persone si ricostruiscono vivendo il vuoto, ricollegando i ricordi, ricomponendo i rapporti con le persone che li hanno condivisi; e poi la diversità, la marginalità sociale dei tossicodipendneti, la diversatà di orientamento sessuale, la diversità dei legami famigliari e il trionfo dei rapporti e degli affetti che non si curano di nulla di tutto ciò.

1 commento

  1. paolodelventosoest / 19 febbraio 2016

    Visto ieri sera, non mi è piaciuto. Diverse immagini mi hanno richiamato alla mente il molto più convincente Swimming Pool (la casa immersa nel verde silenzioso, una convivenza forzata, gli sguardi dalla finestra, la terza persona che si frappone, etc). Al di là della potente sequenza d’apertura (nota a margine: il rumore di fondo del traffico non l’ho mai percepito così realistico) ricorderò poco di questo dramma lagnoso che punta forzatamente su una sessualità occasionale e del tutto indifferente. Che strano vedere un film di Ozon completamente svuotato di erotismo, in cui aleggia una tristezza invadente.

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