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Recensione su Il resto della notte

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18 giugno 2011

Munzi si presenta portando un tema molto spinoso, indipendentemente dalle strumentalizzazioni per lo più ottuse che se ne possano fare, con una messa in scena che io tenderei a definire un po’ scontata (non mi ha convinto un montaggio un pò stanco, alcune ovvietà nel rappresentare soprattutto i ricchi, come se loro non fossero poi un soggetto interessante in fondo), ma con alcune idee veramente buone.

E’ l’aria che veicola il film la cosa più interessante, una separazione siderale fra due mondi in cui vi è l’eccesso di tutto e la mancanza di tutto, ritratti scegliendo per il primo l’isolata, monolitica prigione dorata della casa e squarci di città e interni di bar, alberghi, teatri in cui mai nulla e fuori posto, ogni cosa è laccata, lussuosa, comoda, i marciapiedi sono specchiati, non c’è mai nulla che ricordi la presenza di qualcosa di diverso dalla condizione di coloro che abitano e vivono quei luoghi; per la seconda avanza la periferia, le balconate a ballatoio caotiche e rumorose, una città sporca in attesa della nettezza che forse non arriverà, piccoli bar spogli, negozi gestiti da immigrati aperti sempre, droga, spaccio, lo sporco e il rumore, la totale mancanza di una comodità abitativa, dove c’è un continuo sovraffollamento di corpi. Molto belle le scene di questa normale periferia urbana.
Tutti i personaggi sembrano vivere in una bolla, anche quando si muovono fuori dalle mura domestiche è com se si portassero dietro la propria condizione sociale.
Solo in pochi momenti si scontrano: all’inizio con la scena dei piccoli rom che vanno letteralmente addosso alla Ceccarelli, una metafora forte della pressione sociale che diviene spaziale degli uni sugli altri, le poche scene della domestica nella villa padronale che ingenerannoepilogo, e la fine violentissima. E il primo scontro e l’ultimo sono l’uno lo specchio dell’altro: il primo evoca la paura della borghese con i suoi primi piani affannati, l’altro la paura dell’immigrato perché quest’ultima scena vive della paura e della solitudine del fratello di uno dei rapinatori che da lontano ascolta cosa sta accadendo.
Al centro la trovata della domestica che ruba, ma in tutto il film Munzi non ammette pietismi, né facili condanne, la domestica che ruba è il risultato “normale” di chi non ha nulla e si trova a contatto di chi ha tutto e allora comincia a desiderare le cose dell’altro.

In definitiva un film non sorprendente, ma un regista da tenere d’occhio

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