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Recensione su Il ragazzo invisibile

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Peculiare / 2 gennaio 2018 in Il ragazzo invisibile

Dopo averne letto peste e corna, confesso che da Il ragazzo invisibile di Salvatores mi aspettavo qualcosa di classificabile come poco meno che inguardabile.
Invece, sono rimasta piacevolmente sorpresa da questo esperimento supereroistico italiano.
Come ci ricordano da tempo i Manetti Bros. e lo stesso Salvatores, già cimentatosi in diversi filoni cinematografici (la fantascienza con Nirvana, il noir con Quo vadis, Baby?, per esempio), come ha confermato Matteo Garrone con Il racconto dei racconti e come avrebbe dimostrato poco dopo l’uscita de Il ragazzo invisibile anche Gabriele Mainetti con Lo chiamavano Jeeg Robot, in Italia è possibile fare cinema di genere e d’autore senza che un fattore escluda l’altro.

Benché sovvenga in maniera quasi naturale, penso che sia un ragionamento un po’ troppo fine a sé stesso paragonare questi nostri film di genere con i blockbuster d’Oltreoceano, che si fanno forti non solo di budget inavvicinabili, ma, soprattutto, di una tradizione narrativa consolidata da decenni di pubblicazioni che hanno creato più multiversi collaudati, conosciuti e apprezzati.
Come già mi era accaduto col film di Mainetti, ho apprezzato questo lavoro di Salvatores per la sua capacità di restare distaccato dal prototipo statunitense, adoperandone sì i cliché narrativi di base (per esempio: U.R.S.S., esplosioni nucleari, mutazioni genetiche, ecc.), ma connotando il prodotto complessivo con tratti assolutamente personali.

Analogamente a quanto accaduto con Happy Family che, smaccatamente, richiamava l’estetica dei film di Wes Anderson riletta in salsa milanese, Il ragazzo invisibile cita apertamente il modello tradizionale del racconto di supereroi, calandolo in un contesto alieno e, a suo modo, esotico. L’ambientazione è italiana solo per via dei nomi dei personaggi, ma, per il resto (a dispetto del fatto che le coste triestine possano essere o meno riconoscibili), il film potrebbe essere ambientato ovunque. Non a caso le forze militari impegnate nella narrazione sono i poliziotti, presenti in qualsiasi Paese del mondo, e non gli onnipresenti (televisivamente parlando) carabinieri, quantomai nostrani.
Anzi, a mio parere, l’indeterminatezza geografica e culturale del film ne accresce le peculiarità e ne rappresenta un punto di forza.

La ricercatezza delle scenografie (volutamente a cavallo fra scelte di design contemporaneo e il modernariato), la lividezza della fotografia, la (calcolata o naturale, non importa) rigidezza degli attori, le loro esacerbate caratteristiche fisiche (la ragazzina protagonista ha un viso davvero particolare), le scene brevi e circoscritte… sono tutti fattori che concorrono a comporre una precisa linea stilistica, netta e riconoscibile che allontana il film di Salvatores dal mero intrattenimento cinematografico a tema supereroistico, per debordare in un alveo più sfaccettato e complesso, rivolto a una platea molto più articolata di quello che il genere stesso lascia presupporre.
Il ragazzo invisibile non è un film espressamente per ragazzini, benché i protagonisti siano tali, e non è un prodotto solo per adulti, né -soprattutto- per soli adulti avvezzi al mondo dei supereroi e/o della fantascienza. Salvatores si rivolge indistintamente a chiunque intenda dare uno sguardo al suo lavoro, non privilegia alcun target, e propone una storia di formazione che si avvale con efficacia di un elemento fantastico (o, meglio, fantascientifico).

A latere, un elemento interessante di questo progetto che, ultimamente, è stato ripreso anche da altre produzioni cinematografiche di genere italiane (lo stesso Jeeg Robot, Monolith di Ivan Silvestrini, per esempio), Salvatores (oltre a presagire la realizzazione di uno o più sequel) ha promosso alcune attività collaterali al film, come la pubblicazione di un fumetto a tema e l’organizzazione di un contest per scegliere i brani originali che avrebbero composto la colonna sonora.

2 commenti

  1. Federico66 / 3 gennaio 2018

    Mi trovi molto d’accordo, ho visto il film quando usci e l’ho rivisto in questi giorni (a Trieste non si (s)parla d’altro) e l’ho trovato delicato. Forse l’errore sta proprio nel considerarlo un film che racconta di supereroi. La scelta dell’invisibilità come super potere non è casuale, qui l’essere invisibile, prima di tutto, è il sentirsi invisibile rispetto agli altri, e il potere inaspettato da la possibilità di riscattarsi.
    Sul seguito, però, ho molti dubbi!

    • Stefania / 3 gennaio 2018

      @federico66: sì, anch’io penso che sia molto interessante usare l’invisibilità “patita” come uno strumento di riscatto di natura fantastica!
      E, come te, ho dei dubbi sul sequel, perché temo che le caratteristiche positive del primo film, come questa, abbiano perso l’ispirazione originaria, mettendosi al servizio proprio di un plot più canonico. Ma… Vedremo 🙂

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